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Legge elettorale, come a Weimar: il bonapartismo del Pd accelera la crisi di sistema

di Felice Besostri e Mauro Sentimenti – Non sono bastate la legge Calderoli e l’Italicum, le sentenze della Consulta, la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale: il PD e la sua maggioranza parlamentare eletta in modo costituzionalmente illegittimo perseverano a proporre una legge elettorale, relatore l’On Fiano in Commissione affari costituzionali, fortemente distorsiva della rappresentanza e ciononostante incapace di garantire, nonostante I trucchi, maggioranze omogenee e stabili. Le uniche finalità chiare sembrano quelle di favorire sé stesso come partito cerniera e impedire quanto si può la presenza dei partiti minori. Visioni corte che guardano alle convenienze attuali e agli interessi di fazione e che alimentano ulteriormente ( e forse definitivamente) una crisi istituzionale e politica ormai di sistema.
Si è scritto che la proposta del PD assomiglierebbe alla legge Mattarella (fortemente maggioritaria) e a quella tedesca (proporzionale). Del tutto falso: con lo sbarramento al 5%, il contestuale divieto di voto disgiunto (cioè differente) tra voto al candidato nel collegio uninominale e voto al singolo partito nel proporzionale, con la scomparsa sia al Senato che alla Camera dello scorporo (il meccanismo che favoriva nel proporzionale i partiti minori, coerentemente con l’esigenza di garantire rappresentatività del Parlamento) siamo di fronte ad una ipotesi lontanissima da quegli esempi. Si favorisce moltissimo la suggestione del “voto utile” – che altro non è che un premio di maggioranza occulto – si ripropone il primato delle maggioranze anche inventate (quelle cioè che non sono frutto di consenso effettivo nel paese) rispetto alla rappresentanza reale dell’organo legislativo. Esattamente l’opposto di quanto indicato dalle recenti decisioni della Consulta.
La legge elettorale tedesca, pur con una soglia di sbarramento del 5%, ragiona in tutt’altro modo. I 598 componenti del Bundestag sono certamente eletti per il 50% in 299 collegi uninominali – dove chi vince per un voto vince il seggio e I voti restanti vanno dispersi – e per il 50% tramite un sistema proporzionale su base nazionale ma con una importantissima regola di riparto finale dei seggi: ai seggi che dovrebbero venir attribuiti alle singole forze politiche sulla base dei criteri proporzionali vengono sottratti I seggi conquistati da quelle stesse forze politiche nei collegi. Chiarissimo esempio di contromisura a qualsiasi dittatura di maggioranza e di “valorizzazione” dei voti espressi nei collegi, e andati dispersi, a favore delle forze politiche di minoranza: obiettivo che si ottiene tramite una specie di “ripescaggio” di quegli stessi voti nel proporzionale. Esempio: nel 2013 la CDU ottenne nel proporzionale il 34,1% e avrebbe avuto diritto a 255 seggi, ai quali vennero tuttavia sottratti I 191 seggi conquistati nei collegi. Il totale dei seggi della CDU divenne quindi: 191 + 64. L’opposto di quel che accadde ai Verdi: 7,3% nel proporzionale (la cui proiezione in seggi era 63), 1 solo collegio uninominale. Totale seggi ai Verdi: 62.
Il modello tedesco, per queste ragioni, è quindi un sistema fondamentalmente proporzionale dove si premiano le minoranze (pur con una soglia alta di accesso), quello proposto dal Pd è un maggioritario confuso e contraddittorio dove le minoranze e la rappresentanza vengono punite. Modello che non è in grado, date le diverse maggioranze che possono realizzarsi tra Camera e Senato, nemmeno di assicurare l’obiettivo che si prefigge e che getta benzina sul fuoco di una crisi sistemica di rappresentatività e di funzionamento dei sistemi istituzionale e politico. Votare con questo tipo di legge proposta dal PD o con le due leggi autoapplicative determinate dalle sentenze della Consulta è scelta istituzionalmente irresponsabile in cui si mostra tuttavia una lucida follia: quella dell’attuale maggioranza politica/parlamentare che, caratterizzata ormai da un endemico trasformismo al servizio di molti padroni tranne che dei cittadini, contribuisce a rendere ancora più profonda la fuga dalla rappresentatività reale di questi ultimi.
Tutto questo agisce come potente fattore di aggravamento della crisi democratica nel nostro paese. Siamo di fronte, dato che le leggi elettorali incidono immediatamente e materialmente sull’assetto costituzionale influenzando sia la forma di governo che di Stato, ad una prassi sovversivo/populista diretta dall’alto, sempre più esplicita e pericolosa. Con l’avvertenza che non tutte le forme di populismo sono eguali, essendo che alcune potrebbero nell’attuale contingenza storica rivelarsi anche salutari. Continua pertanto, dopo il referendum del 4 dicembre, l’assedio e la solitudine della Costituzione, che altro non è che la solitudine e la debolezza politica dei ceti popolari ai quali la Costituzione stessa prometteva uguaglianza economica sociale e dignità.
Il quasi monopolio mediatico a disposizione dell’ideologia dominante ha totalmente rimosso in poche settimane dal dibattito pubblico e dalla consapevolezza dei cittadini l’esito e il significato del referendum costituzionale. Rimozione che alla coscienza collettiva del paese non promette, come tutte le rimozioni, nulla di buono.
Un sostanziale bonapartismo, che si esprime anche nelle leggi elettorali, domina ormai l’idea di democrazia teorizzata e praticata dalle elites politiche ed economiche. Scopi del quale sono impedire la distribuzione equa della ricchezza, ridurre i Parlamenti a strumenti docili delle stesse elites. In una parola: sottrarre in modo permanente la sovranità reale ai cittadini. In questo simile all’esperienza della Repubblica di Weimar dove si andò, pur in contesti storici non comparabili, ad un divorzio tra il sistema istituzionale e politico democratico e parti essenziali dei corpi sociali. Come ora e qui sta accadendo. Nonostante l’assenza, ma si avvertono preoccupanti sintomi, di quell’“inimicizia radicale” di cui parlava Michele Prospero in articolo sul Manifesto. Marginalità della sinistra (ancora divisa) e fossati che si allargano tra istituzioni-politica e ceti popolari sono naturalmente fenomeni speculari.
Siamo quindi ad un passaggio d’epoca in cui le proposte di leggi elettorali di cui qui parliamo sono, nella loro essenza, dispositivi coerenti col dominio del capitale sul lavoro. Passaggio che può essere volto ad esiti democratici positivi solo se il diritto, la politica democratica, la sinistra, ognuna coi propri strumenti e in tempi brevi, riusciranno a radicare nei cittadini e nella loro azione una proposta di società ispirata in forme nuove all’uguaglianza economico sociale e alla pari dignità delle persone.
Gli avvocati antitalicum – favorevoli a leggi elettorali proporzionali uniformi per le due Camere, non dissimili da quella tedesca, con soglia al 3%, senza capilista né liste bloccate, senza premi di maggioranza – sono pronti a predisporre nuovi ricorsi giudiziari nel caso la proposta di legge qui discussa dovesse essere approvata. Consapevoli che l’attuale conflitto sulla legge elettorale è figlio di quello referendario: qui e là sono in gioco l’attuazione della Costituzione, la sovranità popolare, una parte del destino dell’uguaglianza e – come affermano i primi articoli della Costituzione stessa – il primato del lavoro nelle relazioni economiche ( dove oggi domina il suo contrario ).

Fonte: micromega-online
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