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Le proposte di SINISTRA ITALIANA per contrastare il caporalato

Si è più volte parlato del Gran Ghetto come una cittadina organizzata (circa 3.000 persone in agosto), nella quale quasi il 90% lavorava nel settore agricolo.

Il nodo lavoro (rispetto delle norme, organizzazione e mercato del lavoro) è il punto centrale per la buona riuscita dell’operazione di eliminazione dei ghetti e gestione dei centri di accoglienza regionali.

Come già detto, il Ghetto – dovendo semplificare – era composto da due parti: una prevalentemente stanziale (chi lavora nei campi limitrofi) ed una stagionale (lavoratori stagionali in giugno-luglio-agosto-settembre). Ma la distinzione più importante è tra chi (soprattutto gli stanziali) conduce attività di intermediazione o commerciale (ristoranti, bar, etc.) e chi ricorre al Ghetto per trovare una giornata nei campi, malpagata e a nero, e un posto letto a basso costo.

Come noto, il Gran Ghetto non è l’unico agglomerato di braccianti stranieri in provincia, sono circa 5, tra i più grandi la “Pista” in località Borgo Mezzanone (Manfredonia) e “Ghetto Ghana” in località Tre titoli (Cerignola).

Con lo sgombero di questi giorni si è provveduto ad intervenire su un solo pilastro dei tre fondamentali snodi del mercato del lavoro in agricoltura: alloggio-trasporti- mercato del lavoro.

È evidente che colpire solo uno dei tre pilastri, non incidendo sui rapporti di produzione alla base del sistema agricolo, non può produrre una eliminazione del fenomeno caporalato e quindi dello sfruttamento.

Il Gran Ghetto era (e sarà nelle sue nuove ed eventuali forme) un bacino enorme di “esercito industriale di riserva”, in cui migliaia di persone avevano come obiettivo alzarsi presto la mattina, farsi trovare sulla strada principale ed aspettare il caporale di turno per salire nel vano dei furgoni: un meccanismo funzionale ai datori di lavori ed ai caporali per reclutare manodopera ed abbassare il “salario di piazza”, sfruttando il numero enorme e la disperazione dei suoi abitanti.

L’alloggio e l’accoglienza

Le strutture regionali non possono essere l’unica alternativa al Ghetto per l’accoglienza di tutti e tutte. L’ubicazione del Gran Ghetto permetteva ai lavoratori di poter cercare lavoro utilizzando una bicicletta, raggiungendo gli appezzamenti di terreno più vicini; invece, le strutture che, a seguito dello sgombero, ospitano i lavoratori delle campagne, sono lontane 15 o 30 km dai campi. Chiediamo che la Regione, adoperando immediatamente i fondi exart. 37 legge regionale 1/2016, metta in piedi l’organizzazione degli alloggi per i lavoratori agricoli, già tentata anni fa, e la ampli sia prendendo in locazione strutture pubbliche in disuso (ex case cantoniere, ex stazioni) per i lavoratori stanziali, sia – per i lavoratori stagionali che si spostano sul territorio nazionale – collocando strutture provvisorie su terreni di proprietà regionale, sia infine sostenendo una assistenza inter-aziendale, cioè finanziando con un bando regionale apposito aziende con case poderali in disuso (O.N.C. o Ente bonifica), per la ristrutturazione e l’accoglienza dei lavoratori direttamente sui terreni. I lavoratori non avrebbero, così, bisogno dell’intermediazione di un caporale e i datori di lavoro avrebbero la possibilità di ristrutturare un immobile fatiscente per il futuro, conservandone la proprietà. Fermo restando che la cancellazione del “salario di piazza” e il rispetto dei salari dei contratti provinciali, che vanno prodotti con le altre misure proposte, porterà con certezza i lavoratori immigrati stanziali a locare un alloggio decoroso nelle nostre comunità, non al di fuori, giacché non è in discussione ha scelto, sceglie o sceglierà liberamente di vivere in condizioni simili.

 

Il trasporto

Con un’estensione di 7.008 km² la Capitanata è un territorio troppo ampio da percorrere con una bicicletta, rendendo di fatto impossibile raggiungere le aziende che sono dislocate su tutto il territorio, a maggior ragione perché tante di essere, affittando terreni per produrre in maniera intensiva, hanno terreni in posizioni distanti tra loro.

Un esempio: da San Severo a Lesina sono 29,2 km e da San Severo a Cerignola circa 71,1 km. Ebbene, il caporale si inserisce in queste specificità territoriali: i lavoratori sono senza patente, privi di un autoveicolo e della necessaria conoscenza delle strade per cui necessitano di chi sia in

possesso dei precedenti elementi per arrivare sul campo.

Chiediamo che la Regione, con un apposito bando, finanzi le aziende agricole che intendano acquistare o noleggiare furgoni per il trasporto sui campidei lavoratori assunti, nonché le aziende concessionarie del trasporto pubblico locale o di NCC che assicurino lo stesso servizio a partire dalle maggiori concentrazioni alloggiative dei lavoratori, ed, infine, che garantisca l’accessibilità ai campi tramite opere di sistemazione della viabilità secondaria e delle strade interpoderali.

 

L’intermediazione nel mercato del lavoro agricolo

Noi crediamo che il ritorno a una funzione centrale del Servizio Pubblico per l’Impiego possa essere più facilmente realizzabile ora che l’art. 11 del decreto legislativo 150/2015 ha riportato alla competenza regionale diretta i Centri per l’Impiego, a condizione che ci si adegui alle necessità del mercato del lavoro odierno con l’utilizzo di sistemi informatici e delle tecnologie disponibili per rispondere alle esigenze di manodopera delle imprese in tempo reale. Come si sa, nel Salento i caporali adoperavano una App per mettersi in contatto con i lavoratori: il Servizio Pubblico non può essere da meno. La Regione deve dunque predisporre un sistema simile a disposizione dei Centri per l’Impiego per garantire la funzione di intermediazione tra esigenze di lavoro ed esigenze di manodopera delle imprese. Le liste speciali di prenotazione per incentivare le quali la Regione, su richiesta sindacale, aveva stanziato 800.000 euro, hanno la funzione di registrare la disponibilità delle persone per lavorare in agricoltura. Tuttavia, ad oggi le imprese non assumono, se non in pochissimi casi, manodopera per mezzo di queste liste, nonostante gli incentivi regionali erogati per agevolare l’assunzione, tanto che dal 2012 ne sono stati effettivamente erogati a 16 imprese in tutta la Puglia, spendendo 66.900 euro per incentivare l’assunzione di soli 146 lavoratori. Per renderle uno strumento di effettiva utilità, bisogna rendere possibile una risposta immediata del Servizio Pubblico alla richiesta di manodopera: proponiamo un “numero verde”, attivo dalle 8.00 alle 23.00, cui l’impresa si possa rivolgere per i fabbisogni quotidiani di lavoro, da inoltrare in tempo reale a chi gestisce il trasporto nonché, tramite App, ai lavoratori onde organizzare una squadra di lavoro tra i lavoratori della struttura di accoglienza regionale.

I controlli e le sanzioni

È un dato di fatto che la Regione Puglia non abbia mai inflitto neppure una delle sanzioni previste dalla legge regionale 28/2006. Occorre chiedersi il perché.

All’epoca, la Regione Puglia stanziò quasi 9 milioni e mezzo per due anni (9.497.501,28 euro: art. 6, l.r. 28/2006) e finanziò numerosi progetti, tanto che l’attuazione (NON la legge in se stessa, come spesso erroneamente si dice) fu premiata come la migliore pratica europea dell’anno in tema di lavoro dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea.

Erano parte integrante di questo sforzo, che innovativamente ha provato a coniugare controlli, sanzioni e incentivazioni come nessuna altra norma nazionale o regionale ha mai fatto né prima né dopo, le convenzioni stipulate con la Guardia di Finanza, con l’INPS, con il Ministero del lavoro per le attività dell’Ispettorato, con l’INAIL.

Ora, invece, sono scadute il 25 febbraio di quest’anno le Convenzioni con le Prefetture, che prevedevano lo stanziamento di 800.000 euro per tre anni, con la facoltà – ma non l’obbligo – per le Regioni di fornire alla Prefettura di Bari gli elenchi delle aziende beneficiarie di finanziamenti regionali (art. 3 della Convenzione del 25 febbraio 2014). Non risulta, peraltro, che questo sia mai stato fatto dalla Regione per l’agricoltura. Viceversa, la Prefettura di Bari si impegnava “ad attivare modalità di segnalazioni reciproche, possibilmente in tempo reale, dei fenomeni di particolare gravità” (sempre art. 3 della Convenzione): onde, neppure le aziende trovate irregolari sono state mai nominativamente segnalate alla Regione per i provvedimenti sanzionatori previsti dalla legge. Quel che è stato fatto in concreto è stata la fornitura di statistiche, il che appare meritorio ma inadeguato.

Vi è di più. I bandi dell’Assessorato regionale all’Agricoltura hanno riportato correttamente in questi anni la legge regionale 28/2006 tra le norme di riferimento, indicandone il rispetto come condizione di ammissibilità. Tuttavia, pur essendo parte rilevante della legge stessa gli indici di congruità, i quali definiscono il rapporto tra la quantità e la qualità dei beni e dei servizi offerti dai datori di lavoro […] e la quantità di ore lavorate, nonché la deviazione percentuale dall’indice individuato che sia da considerare normale”(art. 3, co. 2, l.r. 28/2006), lo stesso Assessorato nella modulistica che le imprese devono compilare per accedere al finanziamento non ha mai inserito la previsione sulla base delle operazioni e dei piani colturali da svolgere, né il rendiconto, – in sede successiva – delle giornate di lavoro effettuate, rendendo così impossibile il controllo sul rispetto degli indici di congruità che spettava alla Regione soltanto – trattandosi di applicazione di norme regionali, gli organi statali non possono neppure in teoria effettuare questo genere di controlli – svolgere.

Proponiamo di sanare queste situazioni, stipulando in sostituzione di quelle scadute nuove convenzioni con l’Ispettorato Nazionale del Lavoroprevisto dal decreto legislativo n. 149/2015, che ha unificato i servizi ispettivi del Ministero del Lavoro, dell’INPS e dell’INAIL e con la Guardia di Finanza, nelle quali sia incluso come oggetto lo scambio non facoltativo da parte delle Regioni dell’elenco delle aziende agricole beneficiarie di finanziamenti regionali e da parte degli organi statali dell’elenco delle aziende che siano risultate irregolari con le relative motivazioni.

Proponiamo altresì di integrare la modulistica dei bandi del PSR (Piano di Sviluppo Rurale) chiedendo al momento della domanda e in sede di rendicontazione i dati necessari a verificare il rispetto degli indici di congruità: come del resto è testualmente previsto nel PSR Puglia 2014-2020, ove si indica che “Il rispetto dell’obbligo [delle previsioni della legge regionale 28/2006] sarà verificato attraverso attività di controllo sia al momento della concessione dell’aiuto che dei pagamenti” (condizioni generali, ag).

 

Il finanziamento regionale delle misure

Si è menato vanto sulla stampa del fatto che il compianto compagno Guglielmo Minervini abbia ottenuto dal Consiglio regionale lo stanziamento di un milione di euro all’anno sui bilanci 2016, 2017, 2018 (art. 37 legge regionale 1/2016), equamente distribuito tra servizi di trasporto per i lavoratori agricoli stagionali e contributi alle aziende agricole che abbiano strutture di accoglienza per i lavoratori assunti, del cui uso si sono peraltro perse le tracce.

Ai mezzi di informazione sfuggì allora che la legge regionale 28/2006 stanziava (art. 6) circa 9 milioni e mezzo di euro (9.497.501,28, per la precisione) per due anni, e che l’idea che si possa stroncare il lavoro nero e il caporalato in agricoltura senza un impegno finanziario significativo della Regione Puglia, ma con annunci, visite e sgomberi, è del tutto fantasiosa.

Noi chiediamo che sulle relative misure del P.O.R. Puglia 2014-2020 (per i Centri per l’Impiego sull’obiettivo 8F, per il trasporto sull’obiettivo 4D, per l’alloggio sull’obiettivo 9G) e del PSR Puglia 2014-2020 (per la viabilità e il trasporto sulla Strategia Nazionale Aree Interne del PSR per i Monti Dauni – condizioni generali – af), siano stanziati almeno 5 milioni di euro l’annoper finanziare le misure sopra indicate, in aggiunta ai fondi che si possono ottenere dal Governo nazionale, in applicazione del Protocollo sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura del 27 maggio 2016, sottoscritto con le parti sociali e altre organizzazioni dalle Regioni, Puglia compresa, e dai Ministeri dell’agricoltura, dell’Interno e del Lavoro, nonché ai fondi stanziati nell’art. 37 legge regionale n. 1/2016 e ai 200.000 euro stanziati proprio per la chiusura dei ghetti nell’art. 22 legge regionale 40/2016.

 

Le modifiche alla normativa regionale

Per le ragioni di cui si è parlato, Sinistra italiana proporrà una sola modifica alla normativa regionale, onde evitare fraintendimenti più o meno interessati: inserirvi l’obbligo, quando si chiedono finanziamenti regionali da parte di imprese agricole, di comunicare con la domanda di finanziamento il presunto fabbisogno di manodopera in relazione ai piani colturali e alle operazioni dell’anno, e al momento della rendicontazione la manodopera effettivamente utilizzata e la produzione realizzata.

È infatti singolare che nella modulistica allegata ai bandi del PSR, la Regione Puglia inserisca il riferimento al rispetto della legge regionale 28/2006, ma non chieda mai dati sulla manodopera, di talché il rispetto degli indici di congruità – pur entrati in vigore in agricoltura dalla Deliberazione della Giunta regionale n. 2506 del 15 novembre 2011 – non può essere controllato perché la Regione non richiede mai alle imprese i dati necessari all’osservanza della legge, con il noto effetto che non sia stata inflitta maineppure una sanzione in quasi 6 anni

Noi riteniamo che questa modifica vada inserita nel Regolamento regionale 27 novembre 2009, n. 31, che già contiene le clausole che bisogna inserire nei bandi, ma non questa, per la ragione che gli indici di congruità non erano ancora stati definiti al momento dell’emanazione del Regolamento.

Qualora, tuttavia, ciò non si verificasse, Sinistra Italiana presenterà una modifica per inserire

 

direttamente nella legge regionale 28/2006 questa previsione, che è l’unica modifica che noi riteniamo accettabile di una legge che non è stata adeguatamente e interamente applicata sinora.

Naturalmente, Sinistra italiana chiede che i bandi contengano una apposita modulistica che consenta di controllare il rispetto della legge regionale 28/2006 già da ora, e anzi che si provveda a richiedere i dati a tutte le aziende che negli anni scorsi furono beneficiarie di finanziamenti regionali, nel rispetto della prescrizione.

 

Le modifiche alla legislazione nazionale

Anche le norme nazionali richiedono modifiche, essendosi sinora rivelate in gran parte inefficaci.

Sinistra Italiana propone:

  • 1) obbligatorietà di corresponsione del salario in agricoltura per gli operai a tempo determinato con mezzi – accredito bancario o altri – che siano tracciabili, e non in contanti, per garantirne l’effettiva corresponsione;
  • 2) riforma dell’art. 2135 c.c., per evitare imprese senza terra a scopo truffaldino o create da prestanomi delle imprese di trasformazione
  • 3) responsabilità solidale per il pagamento dei contributi previdenziali e dei salari contrattuali sull’intera filiera, dalla grande distribuzione alle organizzazioni dei produttori fino ai singoli datori di lavoro;
  • 4) divieto di stipulazione di contratti di somministrazione per le imprese agricole;
  • 5) divieto di ricorso ai voucher per le imprese agricole;
  • 6) rinnovo del permesso di soggiorno a chi abbia lavorato per almeno tre anni anche discontinuamente, a prescindere dall’intervenuta estinzione dei rapporti di lavoro, per una durata equivalente agli anni solari nei quali risulti il versamento di contributi previdenziali per lavoro a tempo determinato in agricoltura. Si evita così che persone già inserite nel nostro mercato del lavoro e nelle nostre comunità siano respinte in clandestinità e dunque nel lavoro nero;
  • 7) modifica della legge 199/2006 (c.d. “legge contro il caporalato”), inserendo l’obbligo di comunicare a tutti i soggetti pubblici erogatori di finanziamenti alle imprese agricole, in particolare alle Regioni che gestiscono il F.E.A.S.R. (Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale), l’elenco nominativo delle imprese oggetto di sanzioni da parte delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato nazionale, per violazioni delle norme riguardanti l’utilizzazione, l’assunzione, l’impiego, l’igiene e la sicurezza del lavoro;
  • 8) obbligo delle Regioni di comunicare allo Stato, nel rispetto del principio di leale collaborazione, gli elenchi delle imprese agricole beneficiarie di finanziamenti regionali ai fini dei controlli di competenza statale;
  • 9) modifica della normativa sulla “Rete del lavoro agricolo di qualità”, prevedendo l’esclusione per le imprese condannate anche solo in primo grado per la violazione dell’art. 6, co. 1, lett. c-ter, L. 24 giugno 2014, n. 91, cioè per violazione dei contratti collettivi
  • 10) modifica del decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13, appena convertito in legge, rispristinando almeno il diritto a essere ascoltati dal giudice, nel rispetto del principio del contraddittorio e del diritto a ricorrere in appello contro il diniego di riconoscimento dell’asilo, onde evitare che una nuova massa di lavoratori sia respinta nella clandestinità ingiustificatamente.

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