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Podemos chiama Europa

di Nicola Fratoianni – Siamo qui! E si, se puede cambiare tutto, per dare dignità alla vita e ai sogni di ognuno di noi. Il punto dirimente è lo stesso, anche qui nella straordinaria assemblea di VistaAlegre II: costruire un partito alternativo alle scelte compiute negli ultimi trent’anni dalla politica, che ha comportato la devastazione del quadro sociale e ha reso i deboli sempre più deboli, o agire dentro lo schema classico dei blocchi contrapposti (progressisti contro conservatori), cambiando i protagonisti?

Può sembrare il dibattito della Sinistra in Italia e invece si tratta del congresso di Podemos in Spagna. Per la verità, si tratta del dibattito che attraversa la Sinistra politica in tutta Europa, che prova a cercare risposte adeguate alla lunga sconfitta subita.
Per questo sono a Madrid, al congresso di Podemos, perché parla a noi e di noi. Parla all’Italia e all’Europa. Perché ci regala suggestioni che ci portano fuori dalle liturgie e dentro la realtà del cambiamento.
Sono a Madrid perché abbiamo bisogno di uscire da una dimensione rachitica del dibattito, e di stare ben ancorati a tutto ciò che di meglio e di più efficace si muove a Sinistra nel nostro continente, partendo da un dato di fatto per me incontrovertibile: non esiste possibilità di uscire dalla crisi se non con un progetto che travolga l’Europa dell’establishment e delle compatibilità, che mobiliti i suoi popoli e costruisca una nuova visione del futuro. La dimensione entro cui la Sinistra deve muoversi è per forza quella europea. Mentre Merkel propone (e poi abbandona) l’Europa a due velocità e mentre i meccanismi di accumulazione del capitale si ristrutturano sempre di più in senso sovranazionale, abbiamo il dovere di fare un discorso più alto, più ampio e contemporaneamente più profondo.
Podemos può indicarci una strada, una traccia di discussione, di analisi e di azione comune.
A partire dalla lettura di quanto accaduto. La sconfitta politica, dicevo. Quali le ragioni?
Innanzitutto la Sinistra ha abbandonato per anni le sue ragioni fondative, il suo compito storico, ovvero la tutela dei ceti sociali più deboli, per rivolgere lo sguardo ai vincenti della globalizzazione, convinti dall’ideologia unica del mercato che le risorse si redistribuiscono dall’alto verso il basso. Se c’è qualcuno che accumula, in alto, qualcosa dovrà arrivare anche in basso.
Niente di più falso e sbagliato.
La questione della distribuzione della ricchezza fa il paio con l’idea malsana che l’unico terreno di competizione nel mercato globale sia la flessibilità, per cui progressivamente sono stati smontati i diritti fondamentali dei lavoratori. In Italia sappiamo bene a cosa abbia condotto questo assunto ideologico: 140 milioni di voucher venduti in un anno, con centinaia di migliaia di lavoratori ridotti a un pezzo di carta da acquistare nelle ricevitorie.
E giù di questo passo, fino a considerare la salute, lo studio e la formazione, non più diritti da garantire a tutti, ma un privilegio per pochi, per chi può permetterselo. Fino a considerare le costituzioni dei paesi europei (e in particolare quelle dell’Europa mediterranea) un fastidioso elemento di disturbo, perché fattore distorsivo e di disturbo per il mercato finanziario è considerata la democrazia.
A tutto questo hanno contribuito in questi anni, più o meno tutte le esperienze di centro-sinistra che si sono succedute alla guida dei paesi, tanto in Italia quanto in Europa.
Dobbiamo dire basta. Mettere un punto e andare a capo. Scrivere una nuova storia per la sinistra, cambiare tutto, anche noi stessi. La situazione è esplosiva e con l’aggravamento della crisi sociale ed economica in corso da ormai dieci anni che non accenna a fermarsi. Di fronte a tutto ciò una sinistra che si occupi solo di rincorrere strategie elettorali è sconfitta in partenza, è separata dalla sua gente, è inutile per quelli che vuole rappresentare. La sinistra è forza collettiva, empatia politica, relazione e mobilitazione sociale, oppure non è.
Come si costruisce una società diversa? Con quali strumenti e quali obiettivi? Con quali alleanze sociali e civili?
Sono queste questioni che rimangono aperte e cui il dibattito in Spagna e in Europa sta cercando di fornire risposte adeguate, radicali, generative di nuovi schemi e nuovi linguaggi.
L’idea di base di Pablo Iglesias, il vincitore del congresso di Podemos, muove dall’assunto che la transizione apertasi con l’impossibilità dei vecchi partiti di governare con successo le contraddizioni create dal neoliberismo globale e selvaggio, sia ancora aperta. E che dentro questa transizione possa crescere e vincere un’alternativa soltanto se cresce e vince una società diversa, che esprima rappresentanza politica e un nuovo blocco sociale. Serve un dialogo diretto e costante, attraverso cui sviluppare forme concrete di risposta nei territori al burrone della crisi. Forme di mutualismo, di intervento concreto, di solidarietà attiva. Il partito che diventa, quindi, uno degli elementi di rottura degli ingranaggi che da anni stritolano lavoratori, disoccupati, studenti che non hanno sufficienti risorse, persone senza un tetto, o senza possibilità di accesso al sistema delle cure. E da lì, dalla pratica concreta dell’alternativa, far crescere la dimensione della rappresentanza politica. Secondo Iglesias, quindi, non se ne esce con una sostituzione di classe dirigente, ma modificando in profondità gli assetti e gli equilibri del sistema complessivo.
Per Errejon invece la transizione apertasi con la crisi economica è probabilmente chiusa e il sistema tradizionale dei partiti ha trovato un nuovo equilibrio di governo dei processi. Podemos deve quindi agire per modificarlo, dentro il quadro politico, mettendo in campo quelle strategie e quelle alleanze senza le quali la vittoria, programmatica e politica, rischia di restare un miraggio.
Un dibattito straordinario, molto più alto e più complesso di come lo sto raccontando in poche righe.
Estamos aqui e possiamo sentire la passione politica attraversare la sala come una corrente, elettrizzare ogni cosa, scaldare il cuore e attivare la mente di migliaia di persone che gridano unità, cercano umiltà, sanno ancora sognare una Spagna diversa da quella che vivono.
Dal congresso di Podemos, come da tanti altri luoghi del mondo, noi abbiamo da imparare. Cosa? A scacciare il politicismo: sul posizionamento, sulle opzioni elettoralistiche, sulle manovre di ogni giorno, sulle parole d’ordine che durano lo spazio di una dichiarazione al tg.
Anche il popolo italiano, come ogni popolo europeo, si aspetta altro da noi: non deludiamoli. Prima di tutto vengono loro, e quando questo diventa chiaro tutto il resto, le piccole storie di ognuno di noi, perde di peso e importanza a favore di una storia più grande.
Ancora una volta, in poco tempo, Podemos lancia un messaggio chiaro rivolto alla Sinistra di tutta Europa, soprattutto con la vittoria di Iglesias. Mi pare sia giunto il momento anche per noi, per l’Italia, di rispondere a questa chiamata. Con l’augurio che il congresso di Sinistra Italiana sia all’altezza della discussione cui sto assistendo in queste ore in Spagna.
Ci siamo anche noi, dentro questa grande storia di cambiamento. Orgoglio, intelligenza, dignità siano le nostre parole: non siamo minoritari e autoreferenziali, chi ci racconta così fa il gioco di chi vuole solo blindare lo status quo. Noi siamo quelli che non si arrendono alle ingiustizie e alla paura: tutto il resto viene dopo, e verrà da sé.
Fonte: Huffington Post – blog dell’Autore
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