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Dopo il 4 dicembre i Comitati per il No restano in campo

di Domenico Gallo – Il voto del 4 dicembre non può essere archiviato come un incidente di percorso della classe dirigente, che adesso si tenta di minimizzare per passare oltre, senza trarne nessuna conseguenza. Noi siamo convinti che il risultato straordinario del referendum del 4 dicembre segni una svolta nella storia del nostro Paese. Con questo referendum il popolo italiano ha compiuto un nuovo importantissimo atto costituente. Precedenti a questo furono: l’insurrezione popolare del 25 aprile 1945, la scelta della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 e 3 giugno 1946, la bocciatura della riforma costituzionale imposta dal governo Berlusconi, il 25 e 26 giugno 2006.
Questa volta vi è stata un’affluenza alle urne in Italia del 68,48 e la riforma Renzi-Boschi è stata spazzata via con un risultato finale di 19.419.507 voti a favore del NO (pari al 59,1% dei votanti) e 13.432.208 a favore del SI (pari al 40,9%).
Dopo decenni di attacco alle regole della democrazia costituzionale da parte dei vertici del ceto politico, a cominciare dal famigerato messaggio che Cossiga inviò alle Camere il 26 giugno del 1991, dopo innumerevoli riforme che hanno sfigurato il modello di democrazia prefigurato dai Costituenti, dopo l’avvento di leggi elettorali che hanno allontanato sempre di più i cittadini dal Palazzo, dopo il fallimento nel 2006 del tentativo del governo Berlusconi di cambiare la forma di Governo e la forma di Stato, dopo una martellante campagna mediatica sviluppata senza risparmio di mezzi, il responso del popolo italiano è stato netto e definitivo: la Costituzione, nella sua impostazione fondamentale, non si tocca.
Il progetto di sostituire il cuore dell’ordinamento democratico per ridimensionare il ruolo del Parlamento e mortificare le autonomie è stato cancellato. Con esso cade anche il sistema elettorale messo in piedi per la nuova Costituzione Renzi/Boschi. L’italicum esce sconfitto dal voto popolare perché, se restano in piedi due Camere elettive, non si può avere una legge elettorale che regola l’elezione di una sola Camera. Con un solo voto sono stati cancellati due orrori.
Si è trattato di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale.
Ora come allora si è trattato di decidere quale modello di istituzioni, quale modello di democrazia deve assumere il nostro Paese. Nel 1946 dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche – un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino.
Dopo settant’anni, nel 2016, il popolo, riconfermando la validità del modello di democrazia promesso dalla Costituzione, ha impedito la trasformazione – già in atto – della Repubblica in una sorta di principato, sottoposto al protettorato dei poteri finanziari internazionali che avevano dettato la riforma al governo Renzi, manifestando la loro avversione per le Costituzioni antifasciste del dopoguerra.
Non si è trattato semplicemente di un atto di resistenza allo sconquasso della Costituzione, ma di un atto fondativo.
Attraverso questo voto la Costituzione è risorta, ha recuperato quella legittimazione che le classi dirigenti nel nostro Paese le avevano tolto.
Questo voto sconfessa decenni di politica volta a restringere la democrazia rappresentativa nel nostro Paese e a creare esecutivi “forti” nei confronti dei cittadini e “deboli” nei confronti dei “mercati”. Lancia una sfida a riscoprire ed illuminare di nuovo la Costituzione come mai fatto finora.
Per raggiungere questo risultato migliaia di cittadini italiani si sono messi in movimento spontaneamente ed hanno battuto tutte le piazze, percorso tutte le strade, prodotto e distribuito volantini e manifesti, organizzato eventi di vario genere, prodotto testimonianza video, cortometraggi, percorso le piazze virtuali creando comunicazione dal basso, in modo così diffuso da raggiungere e superare lo share dei grandi mezzi di comunicazione di massa, orientati in modo quasi totalitario a favore della riforma. Un esercito di formiche si è messo in moto, ciascuno recando un chicco di grano, tutti insieme per sfornare il pane della democrazia.
Nel risultato del 4 dicembre ci sono stati apporti diversi che non possiamo ignorare, però il nucleo duro della resistenza popolare alla deformazione della Costituzione è venuto da qui, dall’azione dei cittadini che si sono riuniti ed auto-organizzati sulla base dell’allarme lanciato dal Comitato per il No e hanno messo in piedi circa 750 Comitati locali, distribuiti su tutto il territorio italiano ed anche all’estero. La campagna elettorale per il referendum costituzionale ha testimoniato la nascita di un movimento di cittadini che non è assimilabile ad un partito, non ha gerarchie e non richiede disciplina di partito. Questo movimento si è strutturato con le caratteristiche di una rete, una rete di comitati territoriali, indipendenti ed autonomi, nella quale il centro, costituito dal Comitato nazionale svolge essenzialmente una funzione di servizio e di collegamento.
Questa rete di cittadini attivi non ha nessuna voglia di smobilitare. La missione non si è conclusa, restiamo in campo, questo è il messaggio corale emerso dall’assemblea nazionale dei Comitati che si è riunita a Roma il 21 gennaio alla quale hanno partecipato centinaia di persone convenute da tutt’Italia. Due sono le ragioni fondamentali, la prima è che la battaglia non si è conclusa, rimane in piedi un passaggio fondamentale per ripristinare l’agibilità politica delle istituzioni democratiche. Occorre una legge elettorale coerente con la Costituzione, perché i cittadini ritornino ad essere protagonisti del voto ed artefici, con il concorso dei partiti, delle rappresentanze parlamentari, come richiede il principio fondante della Costituzione che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo. Il secondo motivo è che la lotta per la democrazia non si esaurisce, è una costante storica. La democrazia è perennemente in pericolo nel nostro paese, anche per derive internazionali, ed ha bisogno di essere sostenuta, rinnovata, reinterpretata, rilanciata e custodita.
Il risultato del 4 dicembre non deve essere smantellato, al contrario bisogna passare all’incasso contrastando le deviazioni oligarchiche del sistema politico. Per questo la rete dei comitati diventerà permanente, migliaia di cittadini mobilitati in ogni Regione, in ogni provincia, impegnati a sostenere campagne ed iniziative sul fronte caldo della democrazia dal quale altri hanno disertato.
Fonte: MicroMega online
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