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Alcune note sui due schieramenti referendari (a cui si aggiungono quelli del Nì)

di Giuseppe Civati  – Mentre la minoranza del Pd sta maturando la propria posizione – favorita dal rinvio al referendum, perché intanto i mesi passano… – Massimo D’Alema è tornato con i propri comitati per il No, che si aggiungono ai molti altri già costituiti. Non è sembrato vero a qualcuno poter associare questo evento a un’altra stagione, per riaprire lo scontro tra tifosi, per spiegare che D’Alema e Berlusconi si vogliono bene, che è uno scontro vecchio e nuovo, e altre amenità. Il precedente era l’associazione, particolarmente infelice tra Anpi e Casa Pound, di cui avevo già scritto qui.
Come sostenevo allora, mentre le ragioni del Sì sono legate politicamente a un accordo di governo (e di potere) e hanno ricevuto un voto in Parlamento da forze politiche che si sono intese – largamente prima, più strettamente poi – sul testo di una riforma, le ragioni del No a un referendum sono, sotto il profilo politico e anche logico, inevitabilmente diverse tra loro. Provengono da posizioni diverse, sono illustrate in modo diverso. Reagiscono a un testo voluto e votato da altri e a uno schema voluto da altri.
Scrivevo allora: “perché ci sono diverse ragioni (e ragioni tra loro diverse per dire di no a un referendum, oltretutto a un referendum trasformato con leggerezza in un plebiscito) mentre ci sono ragioni molto simili per collaborare a un testo di riforme comuni, con un sì in aula e fuori. Soprattutto se se ne rivendica la paternità. Ovvero, mentre Verdini è stato essenziale per promuovere questa riforma, con tanto di apprezzamenti toto corde a ogni suo passaggio, posso assicurare da iscritto all’Anpi che le riforme che auspico sarebbero molto diverse da quelle dell’estrema destra e che non è solo impossibile desumere ma molto volgare immaginare che le condividerei con loro.”
Potremmo dire – ma sarebbe una semplificazione anche questa – che il Sì è singolare (anche perché il premier ha voluto metterla così), mentre il No è inevitabilmente plurale.
Sappiamo, però, che anche il Sì ha tante voci che lo sostengono, sopratuttto nell’establishment, da Confindustria al mondo della finanza, da Marchionne a esponenti che provengono dalla sinistra radicale e ora sono al governo, da persone della Prima e della Seconda Repubblica, com’è inevitabile che sia, quando si tratta di un referendum all inclusive, perché il governo ha scelto di operare con lo strumento della megariforma in una botta sola.
Ho parlato finora delle forze e delle figure politiche e pubbliche e discorso ancora diverso va fatto per i singoli elettori, ovviamente: ci sono elettori di ciascun partito che faranno la loro scelta anche senza guardare a cosa dice il loro leader, sulla base di una lettura del testo che li porterà a essere favorevoli oppure no, sulla base di convincimenti politici generali, sulla base della propria razionalità e della propria emotività. Un referendum è fatto così: per sua natura mescola tutto quanto, in un periodo peraltro in cui qualcuno ha mescolato tutto quanto. E ha fatto le squadre in modo particolare, come dirò alla fine.
La notizia di ieri è che un piccolo pezzo della dirigenza del Pd – di cui D’Alema sostiene di non far parte, ma ‘psicologicamente’ ciò non è vero – ha deciso di aprire dei comitati per il No.
Le ragioni di questa nuova iniziativa, che trovate illustrate sui giornali, sono legate al giudizio sulla riforma e a un atteggiamento di opposizione al governo che, peraltro, mal si concilia con il sostenerlo.
Ragioni speculari a chi sostiene la riforma per chi ci crede e anche (o soprattutto) perché crede nel premier attualmente in carica e nel suo percorso politico. Se valgono queste, valgono quelle.
Oltre all’ex-premier, ci sono alcuni deputati e senatori democratici che hanno già espresso il loro voto negativo al referendum, pur avendo votato a favore in aula, quando gli è toccato.
Non sono tantissimi, per la verità, e non sarebbero tantissimi nemmeno se si aggiungesse la minoranza dem, che ha visto ridursi notevolmente i propri numeri nell’attesa di chissà quale evento.
Questi esponenti si aggiungono alle posizioni e ai comitati di altri partiti e movimenti che si sono espressi per il No. E in alcuni casi lo hanno fatto da tempo.
Non mi pare ci sia alcuna alleanza – esiste un’alleanza di governo e per le riforme, non un’alleanza delle opposizioni. Non mi pare che l’opposizione del M5s e quella da ultimo di D’Alema siano sovrapponibili né che ai soggetti in questione piacerebbe essere sovrapposti. Nemmeno le parole e le ragioni che usano e che adottano sono le stesse. In alcuni casi sono simili, in altre molto lontane tra loro.
Tutto ciò per dire che la riforma delle semplificazioni (che non lo sono) sta portando a un dibattito iper-semplificato e superficiale che non è all’altezza di ciò che stiamo discutendo, ovvero la Costituzione, come notava ieri Luca Sofri (sostenitore del Sì).
Anche perché, e vengo al mescolamento, ci sono situazioni molto particolari, in questa storia: come quella di Berlusconi, favorevole alla riforma in ragione del patto del Nazareno (prima di dire che D’Alema è stato partner di Berlusconi, ricorderei questo piccolo particolare molto recente) e poi contrario, sulla base di ragioni che non capisco, non comprendo e che secondo me sono ancora in discussione oggi nel fronte moderato. E non mi stupirebbe se una parte notevole degli elettori della destra votassero a favore di questa riforma e anche che la posizione di Forza Italia non mutasse, di qui a dicembre, quando – pare – si voterà.
Quindi, c’è un testo di riforma, votato da una squadra allenata dall’ex-Presidente della Repubblica di cui prima faceva parte quasi tutto il Pd e quasi tutta Forza Italia (la Nazarena, potremmo chiamarla), che poi ha perso dei pezzi (tanto che si va a referendum, perché i pezzi rimasti non erano sufficienti).
Un testo che divide il Paese in due, secondo i sondaggi, e che il Pd sostiene con tutte le proprie forze, salvo alcuni che dissentono, e che altre forze politiche, fin dall’inizio e per ragioni diverse, non sostengono e avversano, con toni e argomenti diversi e non riducibili. C’è chi è contro perché non gli piace il Senato, chi è contro perché è federalista, chi è contro perché difende il Parlamento, per fare solo alcuni esempi. Altri che vogliono «Attuare la Costituzione», come vuole lo slogan adottato da Paolo Maddalena per la propria iniziativa, presentata proprio ieri. In concomitanza, potremmo dire.
Si dovrebbe parlare del testo, come stiamo cercando di fare. E delle alternative, se ci sono, a questo testo, come hanno provato a fare quattro persone con un documento di poche battute. Non sono la banda dei quattro al servizio di chissà quale trama. Sono quattro persone libere che spiegano perché no e perché si potrebbe fare meglio e senza fare disastri, in tutti i sensi.
Noi ripartiremo da qui, come sempre abbiamo fatto, in questi tre anni, troppo lunghi e soprattutto troppo larghi.
Fonte: ciwati.it
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