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Sì o No all’establishment e al potere delle oligarchie

Curiosamente il fronte del sì, che era partito dal cambiamento, si ritrova interpretato da tutti coloro che vi vengono in mente quando si parla di conservazione di sé stessi e dell’establishment. Le previsioni assurde e penose di Confindustria. L’eterno argomento che ha del metafisico del «ce lo chiede l’Europa». Coldiretti che – dicono i giornali – raccoglie le firme necessarie a raggiungere il quorum. Cisl schierata, Cgil in imbarazzo (condanna il contenuto ma non si schiera per il No). Liste a livello locale che radunano tutti i ‘potenti’. La maggioranza centrista che regge il Paese e la stessa minoranza del Pd che alla fine voterà tutta quanta Sì (salvo rarissime eccezioni), comprese le correnti in teoria più radicali.
Praticamente tutti quelli che comandano e hanno sempre comandato. Tutti quelli che dovevano essere rottamati (e con tutta evidenza non lo sono stati) sono per il sì. Ci si chiede come possano essere indietro, secondo i sondaggi.
Non è – si badi – una nostra interpretazione: è il taglio della campagna che stanno offrendo gli stessi promotori delle ‘riforme’, che contano ovviamente sul sostegno dei giornali. Noi abbiamo provato, con grandi difficoltà testimoniate giorno dopo giorno in questi due anni e mezzo – a parlare di soluzioni più condivise, meno imposte, più larghe (aggettivo delle intese che poi quando c’è da decidere si restringono e si chiudono a riccio), tecnicamente più razionali, politicamente più aperte e convincenti.
Com’è noto è successo esattamente il contrario: si è tagliato il Parlamento in due e oggi si taglia in due il Paese.
Ci si chiede come mai tutti quelli che sono già al potere siano così compiaciuti di se stessi e di questa proposta. Alcuni indizi li abbiamo già: la bandiera della stabilità per cui questa riforma è stata pensata, insieme alla legge elettorale (che ora si vuole cambiare proprio perché potrebbe portare a esiti instabili) è un messaggio di conservazione. Così come lo è quello della governabilità senza rappresentanza, che chiude il sistema politico, affidando a pochi le decisioni che i molti non conoscono e semplicemente subiscono. Da ultimo, a stabilità e governabilità non può mancare il sostegno del concetto di emergenza, con le metafore dell’ultima spiaggia e dopo di me il diluvio. Come se non piovesse già a dirotto, come se non l’avessimo già sentita per Monti e Letta, come se non fosse argomento di per sé circolare: siamo noi che comandiamo e non può che essere così. L’alternativa è semplicemente impensabile.
La triste verità è che questa riforma riduce la sovranità (soprattutto quella decisionale) dei cittadini, mortificando la rappresentanza. Si affida alla semplificazione per banalizzare la complessità, ottenendo un risultato opposto: semplificato ma non per questo semplice. Chiede rivoluzioni in un disegno reazionario, in cui la volontà di trasformazione si risolve nel proprio contrario.
Del resto, quando il sistema non si piega, non si riforma (per davvero), non trova parole critiche ma solo slogan arroganti tanto quanto sono difensivi e si chiude su se stesso alla fine il risultato è che rischia di spezzarsi. Si doveva essere pluralisti prima, intervenire con misura e condivisione, chiedere cambiamenti precisi e non un armageddon, iniziato fin dalle prime mosse di una legislatura che aveva già parecchi problemi di credibilità e di costituzionalità. Ci sarebbe voluta l’umiltà, non l’arroganza. Avremmo auspicato un percorso meno aggressivo e più riflessivo. Proprio perché i cittadini si sentono già abbondantemente esclusi, abbastanza dimenticati, sicuramente mal rappresentati, da tutti quanti, nessuno escluso.
Si è preso un risultato elettorale, quello del 2013, e lo si è rovesciato. Si sono scelti argomenti tipici del populismo tanto quanto quelli che si intendevano, a parole, superare. Si è scelto un tono trionfale mentre si attraversavano le macerie. Si è cercato di risolvere tutto con la dialettica nuovo e vecchio, quando sono sempre i vecchi a dettare il nuovo. Si è pensato che fosse sufficiente la comunicazione, in termini prima quantitativi che qualitativi, per risolvere un gigantesco problema politico. Si è associato il progetto politico al percorso delle riforme, con non poche contraddizioni e la sensazione, sempre più diffusa, che in causa fosse solo il potere e chi lo rappresenta.
Si è spiegato che si vogliono ridurre i politici (che di per sé è già un messaggio equivoco e demagogico e populistico quant’altri mai) e in realtà si riduce la politica e la fiducia che dovrebbe sempre ispirare il rapporto – anzi, la relazione – tra elettori ed eletti. Si è formato un unico grande centro, dimentico di destra e sinistra ma che ovviamente preferisce la prima, pensando che con un unico centro di gravità tutti ne sarebbero stati attratti.
Ed eccoci qui, a leggere editoriali di banchieri poco informati, di industriali che quantificano il valore delle riforme senza alcun fondamento scientifico, a politici che confondono argomenti che non c’entrano proprio nulla, a dirigenti sindacali che ci si chiede se abbiano mai parlato con quelli che dovrebbero rappresentare, per nascondere l’irragionevolezza dei contenuti che hanno prodotto e dei metodi che hanno seguito, illustrandoci una ‘riforma’ fatta per il Paese che il Paese divide almeno a metà, se non di più.
Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Una bella morale, non c’è che dire.
Fonte: ciwati.it
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