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Uscire dall’euro per uscire dalla crisi e dalla “austerità”? Un’escamotage di bassa Lega

Le elezioni europee di maggio hanno rinfocolato il dibattito pubblico intorno all’euro. Per lo più da destra, ma anche da sinistra una schiera di organizzazioni e di singoli propone l’uscita dall’euro come la carta primaria da giocare contro la crisi e contro l’oligarchia economico-politica che impera in Europa, la sola alternativa alle politiche di “austerità”. Una carta da giocare, si dice da sinistra (ma anche da destra), nell’interesse dei lavoratori. Forse non sufficiente di per sé a risolvere tutti i loro problemi; però, quanto meno, può essere l’inizio della soluzione.

L’uscita volontaria dall’euro può suonare suggestiva in quanto evoca la possibilità (inesistente) di tornare a tempi un po’ meno aspri degli attuali, ma è secondo noi, per gli interessi dei lavoratori, unasoluzione-truffa del tutto interna alla logica capitalistica. E non comporterebbe affatto la fine dei sacrifici. Di più: la propaganda e l’agitazione in suo favore in atto a sinistra, con argomenti quasi sempre simili a quelli della destra “sociale”, è pericolosa, perché mette in circolo altri veleni nazionalistici. Come se non bastassero quelli che intossicano corpo e testa di milioni di proletari/e da generazioni.

La vera questione da affrontare e risolvere non è l’uscita dall’euro: è l’uscita dall’inazione che ci attanaglia, la liberazione dalla subalternità a questa o quella variante della politica capitalistica. E la battaglia in cui impegnarci con tutte le forze non è quella centrifuga dei lavoratori dei singoli paesi contro l’euro per tornare alle monete nazionali, alle “economie nazionali”, o per creare nuove monete d’area in competizione con l’euro. È la battaglia comune dei lavoratori di tutti i paesi d’Europa, dell’Est, del Sud e del Nord, contro i capitalisti di tutta l’Europa e le loro istituzioni. La battaglia per unirci tra noi e con gli sfruttati arabi, africani, latino-americani strangolati e bombardati dai padroni dell’Europa e dell’euro, per fare un fronte di classe comune contro le politiche anti-operaie che ci schiacciano e aprirci insieme la strada che ci porterà fuori dal capitalismo.

* * *

Sono ormai tali e tanti i documenti che sponsorizzano da sinistra l’uscita dall’euro che non si sa da quale cominciare. I punti essenziali, tuttavia, sono comuni alla gran parte di essi. Partiamo, perciò, proprio da questi punti comuni, servendoci di un documento-appello proveniente dalla Spagna, del maggio 2013, intitolato “Uscire dall’euro”1 , primo firmatario Julio Anguita, ex-segretario di Izquerda Unida. Un breve testo che ha il pregio di andare al dunque senza troppi contorsionismi.

 

Un’analisi della crisi falsante

Il dunque è “una politica capace di creare le condizioni per uscire” dal “disastro inimmaginabile” in cui versa la Spagna (disoccupazione, debito pubblico, etc.), che mette “in pericolo la convivenza” e distrugge “diritti sociali fondamentali”. Il perno fondamentale di questa politica è appunto l’uscita dall’euro. Una proposta del genere non può fare a meno, ovviamente, di confrontarsi con le cause della crisi, con il tipo di crisi in cui ci ha piombati il capitale globale. A riguardo l’analisi di Anguita e dei suoi compagni è la seguente:

“Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione”.

La moneta unica, infatti, non poteva funzionare tra “paesi tanto disuguali economicamente” senza una “fiscalità comune”. Entrando nell’euro “il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete”: “la via naturale e storica della svalutazione della moneta“. C’è stata, quindi, una rovinosa “cessione di sovranità” a favore della Bce in prima battuta, il che significa a pro del capitalismo tedesco che la comanda. Per effetto di ciò è venuto a formarsi un colossale debito estero che ha portato la Spagna nel 2008 sull’orlo del fallimento e in una profonda recessione.

Questa analisi non ha soltanto il difetto di “semplificare”, ammesso dai suoi stessi autori, fa semplicemente acqua da tutte le parti.

Separa la crisi generale del capitalismo finanziario dalla crisi generale del capitale globale. Astrae la crisi in Europa dalla crisi globale del capitalismo mondiale. Astrae la crisi dell’economia spagnola da quella europea. I soli due paesi europei nominati come compagni di sventure della Spagna sono Grecia e Portogallo, ma sta di fatto che la crisi ha investito l’intera Europa occidentale, Germania inclusa, per non parlare dei paesi dell’Est. Del pari la crisi europea è parte di quella mondiale, della grande crisi del capitalismo mondiale, il cui epicentro non è stato, non è in Europa ma negli Stati Uniti, dove è imploso il trentennale “modello di sviluppo” e di accumulazione neo-liberista. E la crisi mondiale iniziata nel 2008 – lo spieghiamo altrove – prima di essere una crisi finanzaria, è stata una crisi produttiva. Le tensioni monetarie che hanno messo a rischio la stessa tenuta dell’euro sono scoppiate tre anni dopo (nell’estate 2011), in conseguenza di un’acutizzazione della competizione inter-capitalistica alla scala mondiale, in particolare tra Stati Uniti ed Europa. L’assalto all’euro è venuto inizialmente da fuori dell’Europa, dai principali attori dei “mercati finanziari globali”, che sono tuttora statunitensi. Per cui presentare la crisi greca, spagnola o italiana degli ultimi anni come se fosse essenzialmente una crisi locale, di singoli paesi, ed una crisi essenzialmente monetaria dovuta essenzialmente alla Germania è una mistificazione, un depistaggio dalla a alla zeta.

Certo, anche nell’Unione europea, come ovunque, la crisi ha generato un’ulteriore spinta a forzare i processi di centralizzazione economica e politica. Ne è uscito esaltato il potere della Bce (diretta da un italiano, peraltro, spesso in attrito con i banchieri tedeschi). Ne è uscito esaltato anche il potere del capitalismo “renano”, che peraltro primeggiava nell’export infra ed extra-europeo già prima della crisi e dell’introduzione dell’euro. Ma attribuire il “disastro inimmaginabile” verificatosi dopo il 2008 in Spagna (e altrove) all’entrata nell’euro non è una semplificazione, per usare il termine di J. Anguita; è una bufala. Per limitarci alla Spagna, il massimo del suo dinamismo economico si è verificato dopo l’entrata nella Cee avvenuta nel 1986 e in buona misura grazie all’afflusso di capitali europei (inglesi, francesi, tedeschi, italiani). La Spagna è entrata nell’euro, insieme ad altri dieci paesi, il 1° gennaio 1999. Dopo essere entrata nell’euro ha conosciuto per anni un tasso di crescita della sua economia tra i più alti dell’area-euro. In questo periodo si sono formati nel paese iberico dei veri e propri colossi produttivi e finanziari che hanno dato l’assalto ai mercati del Sud America e stabilito una presenza molto attiva in Cina e in India. In questo periodo la Spagna è entrata nelle prime dieci economie del mondo. La contrazione dell’economia spagnola è iniziata dopo 15 anni ininterrotti di segno positivo non con l’entrata nell’euro, ma dieci anni dopo nel terzo trimestre del 2008, a crisi mondiale già esplosa. Quindi, fare dell’ingresso nell’euro la “ragione principale” della brusca fine del “miracolo spagnolo” è mistificante. Serve solo a poggiarvi sopra la soluzione-bluff di tutti i guai dei lavoratori e dei giovani disoccupati spagnoli: l’uscita volontaria dall’euro.

 

La svalutazione, un’arma contro i lavoratori

L’argomento-chiave a favore dell’uscita dall’euro, ecco un altro tema comune a quanti sponsorizzano la cosa, è il recupero della “sovranità monetaria”. Prima di entrare nell’euro, affermano Anguita e soci, la Spagna era libera di decidere il valore della propria moneta (la peseta). Libera, cioè, di svalutarla “percompetere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero”. Va notato anzitutto il carattere di classe di questo argomento. Perché la svalutazione di una moneta significa anzitutto la svalutazione dei salari pagati in quella moneta: del potere d’acquisto dei singoli salari e, soprattutto, dellamassa totale dei salari (rispetto alla massa totale dei profitti); e comporta quindi l’allungamento degli orari e un peggioramento complessivo delle condizioni materiali dei lavoratori, da un lato, il rafforzamento del potere del capitale dall’altro. Significa altresì dare ulteriore impulso alla compressione internazionale del valore della forza-lavoro, alla corsa internazionale al ribasso dei salari. Se la svalutazione di una moneta può tamponare contingentemente la perdita di competitività di una data economia “nazionale”, in un’economia compiutamente mondializzata ogni svalutazione innesca altre svalutazioni competitive con risultati, alla “fine”, fortemente negativi per i lavoratori di tutti i paesi coinvolti nella competizione al ribasso.

Nessun paese europeo ha usato questa arma anti-operaia in modo altrettanto sistematico quanto il capitalismo italiano. Ma questo non ha impedito né il suo declino, né quello ancor più accentuato della condizione e dei diritti dei lavoratori – il solo declino che ci interessi. Anzi, la svalutazione della lira è stata, in una con l’esplosione del debito di stato, lo strumento capitalistico fondamentale per riconquistare al profitto i margini che gli erano stati erosi dalle lotte dell’autunno caldo, e per portare i salari italiani ai più bassi livelli in Europa. È paradossale (ed indicativo del degrado di certa sinistra “radicale”) che Anguita e compagni, come un’altra bella congrega di anti-euro italiani collocati a sinistra, la vadano spacciando per un’arma dei lavoratori…

In Italia l’arma della svalutazione della lira è stata usata dai governi e dalla Confindustria contro la classe operaia tra il 1973 e il 1979 per recuperare il differenziale tra aumenti di salario e aumenti di produttività. La svalutazione della lira fu di nuovo usata più volte negli anni ’80, anche per iniziare a tagliare la spesa sociale (il salario indiretto). Venne poi la maxi-svalutazione del 1992, pari a circa il 40% del valore della moneta italiana2 , e fu “la pietra tombale sulla scala mobile, per quel poco che ne era rimasto e l’inizio di una lunga lotta di svuotamento della contrattazione nazionale collettiva”3 . Pure allora questa mazzata tra capo e collo dei lavoratori fu presentata a rovescio come una eccellente occasione per la ripresa dello sviluppo e dell’occupazione. Una ripresa della piccola impresa ci fu realmente (al centro-nord); a fronte di essa, però, iniziò “una riduzione drastica del peso del monte salari nel reddito nazionale” e, dati gli effetti territorialmente diseguali della svalutazione, si allargò il fossato tra i lavoratori del Nord e i lavoratori del Sud4 .

Un bell’affare per i proletari, non c’è che dire.

Le cose, ora, andrebbero anche peggio. Secondo stime elaborate nel 2011 da Citigroup, Natixis e Ubs la nuova lira si svaluterebbe sull’euro tra il 30% e il 60%, con una perdita pro-capite immediata tra 9.500 e 11.500 euro, a cui andrebbero aggiunte perdite di 3-4.000 euro per gli anni seguenti; per non considerare gli aggravi (per il “pubblico”) derivanti dalle moltiplicate difficoltà a finanziare il colossale debito di stato italiano. Un autentico salasso, solo in parte attenuato dall’inflazione che ne deriverebbe, perché: 1) non esiste più alcun meccanismo, né automatico né parziale, di recupero dell’inflazione a favore dei salari; 2) l’ampiezza della disoccupazione costituisce un potente antidoto al recupero del potere d’acquisto dei salari; 3) in nome dei “superiori interessi” della nazione le tre confederazioni sindacali si guarderebbero bene dal promuovere il duro conflitto di classe indispensabile per almeno limitare i danni.

Le stime dei gruppi finanziari possono essere terroristiche, ok. Senonché anche degli economisti nient’affatto favorevoli alla permanenza nell’euro a tutti i costi come E. Brancaccio e N. Garbellini, facendo il bilancio delle crisi valutarie (non solo italiane) degli ultimi trent’anni, danno per scontata la riduzione immediata del potere d’acquisto dei singoli salari (il salario reale) e, ciò che più conta, la riduzione duraturadella quota-salari nella ricchezza nazionale (il salario relativo) a favore della quota-profitti. Per il trentennio passato i loro dati medi segnalano una riduzione del salario reale pari al 4-5% il primo anno, con recupero del livello salariale pre-crisi valutaria solo dopo 5 anni, mentre la quota salari sul pil risulta in cadutapermanente, e a distanza di 5 anni è intorno al 5,2-5,5%. Segue un’avvertenza di rilievo: “sia per quanto riguarda il salario reale che la quota salari, dopo l’uscita [da una data area valutaria, seguita da svalutazione] gli andamenti di queste variabili si collocano su un sentiero nettamente inferiore rispetto a quello precedente l’abbandono dell’area valutaria”. E quanto agli effetti di una futura uscita dall’euro, viene da loro il seguente monito-previsione: “stando alle evidenze disponibili, possiamo affermare che in assenza di opportune politiche di salvaguardia dei lavoratori subordinati, gli effetti salariali e distributivi di un’uscita dall’euro potrebbero rivelarsi significativi e duraturi in misura anche più accentuata rispetto ai dati medi”5 .

Altro, quindi, che alternativa garantita all'”austerità” ed efficace difesa del welfare di cui favoleggiano Anguita e simili!

 

La “sovranità monetaria”: ma di cosa parlate?

Quanto poi alla “sovranità monetaria”, viene da chiedere: di cosa parlate? Volete forse sostenere che la peseta o la lira, prima del 1999, fossero monete realmente libere e sovrane? Allora meritate in pieno le bacchettate di Bini Smaghi, ex-membro del direttivo Bce. Prima dell’avvento dell’euro, afferma Bini-Lapalisse, si può parlare di sovranità monetaria (in senso relativo) esclusivamente per la Germania e il marco tedesco. “Per la maggior parte degli altri paesi, la sovranità monetaria era di fatto inesistente prima dell’euro, poiché mantenevano uno stretto rapporto di cambio tra le loro monete tra le loro monete e il marco. Le decisioni delle rispettive banche centrali seguivano di pochi minuti [notabene] quelle della Bundesbank”. È discutibile, come lui sostiene, che vi sia stato un guadagno di “sovranità” dei paesi entrati nell’euro a misura che hanno la possibilità di designare un proprio rappresentante nel Comitato direttivo della Bce. È indiscutibile, invece, che il ritorno “alla situazione precedente all’euro non garantirebbe a nessuno, eccetto che alla Germania, di recuperare sovranità e di poter gestire la propria moneta in modo indipendente”. E non avviene per caso che in Germania, tanto sulla destra (l’AfD), quanto sulla sinistra (O. Lafontaine) stia venendo avanti la prospettiva di un abbandono volontario dell’euro.

La lezioncina continua con la replica ad un altro argomento da pensiero economico debole: prima del 1999 si poteva modificare il tasso di cambio, ora non più. Bini Smaghi ha vita facile a replicare: è “illusoriopensare che prima dell’euro le autorità monetarie [dei singoli paesi europei] potessero decidereautonomamente il rapporto tra le loro monete. I tassi di cambio vengono determinati in larga misura dalleforze di mercato, che possono spingere le monete su valori non in linea con i fondamentali dei rispettivi paesi”6 . Ovvero: perfino il marco tedesco doveva tener conto della esistenza di un sistema monetario internazionale in cui realmente sovrano era solo il dollaro. Per quanto sia via via più traballante, il dollaro resta pur sempre la moneta sovrana (o almeno: più sovrana delle altre monete forti); dei suoi voleri e decisioni gli altri stati e le altre monete dovevano e debbono tener conto.

Ne sa qualcosa lo yen giapponese che, benché fosse la moneta di un Giappone rampante, all’epoca laseconda economia del mondo, fu costretto con la forza a rivalutarsi. Non si trattò solo della forza dei “puri” mezzi economici, perché i rapporti di cambio tra le monete non dipendono in modo meccanico dai “fondamentali dei rispettivi paesi”. Con gli accordi dell’Hotel Plaza (del 22 settembre 1985) lo yen fu rimesso in riga dalla potenza complessiva ancora soverchiante degli Stati Uniti grazie al patto d’acciaio tra governo, Pentagono, Wall Street e Federal Reserve a protezione delle mega-imprese statunitensi, contro la marcia in apparenza inarrestabile delle keiretsu giapponesi.

Ne sanno più di qualcosa l’Iraq di Saddam, la Libia di Gheddafi, l’Iran degli ayatollah che hanno osato sfidare in vari modi e tempi la dittatura del dollaro, e sono diventati anche per questa ragione bersagli da colpire e, se possibile, distruggere.

Perciò chi da sinistra descrive l’uscita volontaria dall’euro come una luminosa via di salvezza per la nuova peseta o la nuova lira o, comunque, una nuova moneta minore anti-euro, se non è un freddo demagogo, è un dilettante allo sbaraglio o un irresponsabile7 . In ogni caso un diffusore, consapevole o no importa poco, di nazionalismo.

 

Nazionalismo, nazionalismo, ancora nazionalismo

Torniamo al manifesto di Anguita, Montes, Riera e quant’altri. Per notare come esso sia concepito come manifesto integralmente nazionale e nazionalista: il “nostro paese”, il “nostro paese”, il “nostro paese”, è questo, dall’inizio alla fine, il soggetto che è stato danneggiato dall’euro. Ed è questo il soggetto che deve “recuperare la sovranità perduta” e può farlo solo a condizione di tagliare “il nodo gordiano dell’euro”. Certo, c’è anche la preoccupazione e la denuncia della “enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico” o del pericolo della distruzione dei “diritti sociali fondamentali”. Ma queste tematiche, e i bisogni dei lavoratori spagnoli, occupano un posto chiaramentesubordinato a quello del “paese”, della “nazione”, della Spagna, del “capitalismo nazionale”.

Sentiamo:

“il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato. È necessaria una moneta propria per competere [per i firmatari del documento la competitività della economia spagnola è l’obiettivo primario da perseguire – n.] e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc. … e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia”.

Per mettere in atto ciò, bisogna “lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico”, e operare una ristrutturazione del debito complessivo di stato, dichiarando insolvibile il “debito estero”, perché debito in larga parte privato, e illegittimo il debito “contratto dallo stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati”.

C’è insomma da puntare al recupero di competitività della Spagna imboccando “la via naturale e storica8della svalutazione della moneta (…) impedita dall’euro”. Su questa base, ossia sulla base del deprezzamento dei salari, avviare un programma neo-keynesiano di sostegno alla domanda interna. Lasciamo perdere l’effettiva praticabilità del secondo tempo di tale politica; limitiamoci ad osservare che la svalutazione della nuova peseta, combinata con l’intenzione di non pagare il debito estero (sarebbero salvi, invece, i ricchi proprietari del debito di nazionalità spagnola), si configura come una dichiarazione unilaterale di guerra commerciale e finanziaria aperta contro tutti gli altri paesi europei e, nel suo primo aspetto, contro i lavoratori di questi paesi. Del resto Anguita e i suoi compagni non ne fanno mistero: “Per desiderabile che sia, un’altra Europa per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato”. Per cui la Spagna contro tutti: sarà compito degli altri stati seguirla recuperando la propria “sovranità” e la propria antica moneta per incrementare a loro volta la propria competitività. Così la Spagna contro tutti diventerà un liberatorio e quanto mai “alternativo” tutti contro tutti, fondamento di “un’altra Europa” (… veramente cooperativa). È il sogno, ad un tempo impotente e reazionario, di rieditare un passato (idealizzato) definitivamente morto.

Questa prospettiva integralmente nazionalista – che incita alla competizione tra lavoratori dei diversi paesi europei – non manca, si capisce, di tinteggiature “sociali”. Le formule sono simili a quelle a cui ci ha abituato Rifondazione: alludono a tutto, inclusi aspetti di evidente interesse immediato per i lavoratori, senza avere però alcun contenuto definito, inclusa la nazionalizzazione delle banche, che può significare cose assai differenti, anche opposte, tra loro. In assenza di ogni riferimento all’iniziativa autonoma anti-capitalistica della classe lavoratrice, e nel testo l’assenza è totale; in presenza, al contrario, di una chiara preoccupazione per la “convivenza” tra sfruttatori e sfruttati; i punti programmatici sopra enunciati vengono per intero consegnati ad un futuro governo di sinistra, o di centro-sinistra, o – perché no? – anche di più larghe convergenze, che dovrà mettere al primo posto la competitività e la sovranità della Spagna. Forse non è fortuito che il documento spagnolo “Salir del euro” taccia completamente sul ruolo imperialista dello stato e del capitale iberico in America Latina e in Africa e sulle sue alleanze (la Nato, anzitutto), e che non ci sia cenno alcuno ai lavoratori immigrati, torchiati bestialmente in Spagna non meno che in Italia.

In esso gli svalvolati blogger del Campo anti-imperialista vedono “la fine di un tabù”: “sembra quasi la fotocopia del nostro programma!”, esultano. Finalmente la sovranità nazionale è rivendicata “da sinistra”. Ammazza o’ che novità! Nel movimento proletario europeo intrugli come quelli confezionati da Anguita&C. circolano da più di un secolo. E preparano solo disastri e disfatte per i lavoratori.

 

Una alternativa (plurinazionalista) di area?

Anche la Rete dei comunisti ha apprezzato in qualche modo il documento di Anguita&C. perché conterrebbe (in realtà non è così) una chiara identificazione del carattere “capitalista e imperialista” dell’Unione europea. Giudica però anacronistica la prospettiva del “recupero della sovranità nazionale” e illusorio il suo corollario di poter rieditare attraverso svalutazioni competitive il welfare-che-fu. E la liquida come una “proposta insostenibile economicamente e finanziariamente nell’ambito dell’attuale fase della mondializzazione finanziaria del capitale”9 , avvicinandola addirittura alla prospettiva (imperialista?) “lanciata da tempo dalla fazione del capitale internazionale più a guida britannica e di settori di una parte dei potentati della cosiddetta sinistra euroscettica, che auspicano la creazione di un ‘secondo euro'”. Non male per un documento che pure viene in qualche modo apprezzato…

Per la Rete non è sufficiente uscire dall’euro, “bisogna proporre una riconfigurazione dello spazio produttivo e sociale europeo“. Di cosa si tratta? Di fare i conti con le contraddizioni interne alla costruzione dell’euro-polo, e intervenire su di esse con una proposta tattica adeguata, “realista”, che non sia in contrasto con la prospettiva strategica “comunista”.

Sentiamo:

“se la proposta è quella della rottura dell’Unione europea, questa si rende realisticamente possibile solo operando per allargare le contraddizioni che la sua costruzione genera e presenta. Oggi [attenzione] lacontraddizione principale è quella della diseguaglianza [territoriale, tra paesi – n.] che produce lo sviluppo capitalista, e che per noi significa dar vita all’opposizione dei PIIGS e di quelle parti del continente economicamente e socialmente penalizzate. Far saltare dunque l’anello debole della costruzione continentale in atto”.

I soggetti della lotta contro l’Unione europea sono anche qui dei paesi, delle nazioni, dei “capitalismi nazionali sebbene si preferisca il termine “popoli”. Non singole nazioni, ognuna a sé e per sé come nel documento spagnolo, che solo in un secondo momento cercheranno di coordinarsi, ma più nazioni insieme fin dall’inizio.

Per fare cosa? Per mettere in piedi un'”area euromediterranea” di sviluppo “alternativa” all’Unione europea. Chi ne dovrebbe far parte e di che genere di sviluppo (e di alternativa) si tratterebbe?

Ne dovrebbero far parte anzitutto i PIIGS, in quanto paesi “periferici” penalizzati dalla costruzione dell’Unione, ma ingolosisce molto i dirigenti della Rete l’idea di una integrazione ad essi dei paesi della sponda sud del Mediterraneo:

“se le classi lavoratrici e, più in generale, quelle produttive dei PIIGS sono certamente la prima periferia della UE, non lo sono affatto per le aree economiche emergenti rispetto alle quali può esistere unacomplementarietà produttiva in particolare con la sponda sud del Mediterraneo. Tali aree inoltre [attenzione] offrono oggi le vere opportunità di crescita a differenza dei centri imperialisti dove la competizione feroce impedisce alle sue componenti più deboli di affermare i propri interessi; questi diventano così regressivi rispetto alle possibilità potenziali che, ad esempio, i paesi cosiddetti PIIGS possono avere”.

Molto interessante. La costruzione dell’Unione europea, “tendenzialmente reazionaria ed oppressiva per i popoli europei nel suo complesso”10 , sarebbe particolarmente oppressiva nei confronti dei paesi della sua “periferia”, a cui impedisce di far valere i propri interessi (in quanto paesi). Di qui la convenienza per i PIIGS a rompere l’Unione e farsi una nuova unione con paesi meno forti di quelli della Europa centro-settentrionale, paesi che, per giunta, offrono ai PIIGS maggiori opportunità di sviluppo11 . In questo modo, per magìa, dei paesi imperialisti, imperialisti minori ma pur sempre ferocemente tali, quali l’Italia o la Spagna, con interessi di rapina da lungo tempo consolidati sulla sponda Sud del Mediterraneo e in varie altre aree del mondo, si trasformano d’incanto in paesi (sempre capitalistici, giusto?) pronti ad essere delicatamente e rispettosamente “complementari” con Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Libia, Gaza e quant’altri. In questo contesto l’Italia, paese imperialista da almeno un secolo, si trasformerebbe addirittura in una nuova Bolivia, guida di un nuovo blocco di paesi del Nord e del Sud del Mediterraneo, che svolgerebbe così addirittura una funzione anti-imperialista. O no?

Evidentemente no, e vediamo il perché.

Di sicuro questa “nuova ALBA euro-afro-mediterranea” consentirebbe ai “paesi della periferia europea” dipesare di più (sul mercato mondiale, nella divisione internazionale del lavoro) di quanto non pesino ora sottoposti ai “potentati dell’Europolo”, dai quali – par di capire – i capitali e i grandi capitalisti, le grandi banche dei PIIGS sarebbero esclusi. Uscendo in modo comune e concertato dall’euro, questi paesi dovrebbero andare a creare “un sistema monetario e finanziario [notabene] alternativo all’euro”, che dovrebbe darsi regole diverse da quelle del “mercato unico liberista”. Perché? Perché le “regole di funzionamento di questo mercato impediscono una soluzione che apporti stabilità al processo di accumulazione, almeno nel senso che s’intende per ‘stabilità’ sotto il sistema capitalista, cioè un periodo relativamente lungo di crescita nel quale si susseguono cicli successivi di espansione e di contrazione economica”. Uscire dall’euro, quindi, per assicurare ai PIIGS, essenzialmente attraverso una nuova moneta “libera dai vincoli monetari imposti dalla costruzione dell’euro”, un prolungato periodo di crescita economica, di accumulazione capitalistica stabile che l’attuale moneta impedisce loro di avere.

È questo l’obiettivo perfettamente capitalistico perseguito. Altro che anti-imperialismo e, posto che l’espressione abbia davvero senso, “socialismo del XXI secolo”! Non si tratterebbe, però, ci viene assicurato, di un capitalismo identico all’attuale, bensì di un capitalismo (l’eufemismo usato è economia…) “sociale”, “plurale”, “solidale”, “democratico”, descritto nel seguente modo:

“L’alternativa possibile e necessaria richiede una maggiore qualificazione (!?) e sofisticazione (!??) nelle richieste e nelle analisi dei lavoratori e dei loro rappresentanti, dei cittadini e delle loro organizzazioni. Richieste di miglioramento sociale, ma anche di ampliamento degli spazi di decisione democratica partecipativa, per inaugurare la fase della trasformazione tecnologica, le decisioni di produrre e distribuire sotto il controllo di tutti i lavoratori; decisioni subordinate ad un processo politico e sociale di discussione sul ruolo che devono occupare la scienza e le macchine nelle nostre vite. È inaccettabile che l’avanzamento tecnologico, invece che liberare l’umanità dal lavoro pesante, provochi la disoccupazione; invece di migliorare la qualità della vita, provochi nuove forme di inquinamento, invece di incrementare il sapere globale, sequestri la conoscenza nascondendola tra il muro dei brevetti e i diritti di proprietà”.

In questo guazzabuglio, del tutto simile nei suoi evanescenti contenuti “sociali” a quello cucinato da un Anguita o da un Vendola, manca qualsiasi riferimento alla sola misura concreta che può dare senso a una discussione su un “diverso” uso della scienza e della tecnologia nella prospettiva del socialismo: l’espropriazione degli espropriatori, se non altro dei grandi capitalisti, senza di cui si tratta solo di chiacchiere. E non manca a caso, perché, pur senza dichiararlo apertamente, i super-strateghi della Rete euro-afro-mediterranea (a dominanza o a guida italiana, no?) hanno in mente una qualche forma di “blocco nazionale” con il capitale “produttivo”. Le misure economiche da loro previste riguardano la nazionalizzazione delle banche e dei settori delle comunicazioni, dell’energia e dei trasporti; anche questenon nell’ottica della conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice, della espropriazione del capitale, della transizione al socialismo, ma nel quadro di “una strategia di rilancio produttivo a breve termine che permetta di creare le condizioni affinché milioni di disoccupati nei paesi della periferia europea mediterranea comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile”. Inevitabile il passo successivo: prevedere una sorta di rottura-non-rottura con la stessa Unione europea:

“Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere, tatticamente inizialmente per evitare profondi attacchi speculativi, un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca centrale europea, e al contempo sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di pianificazione a compatibilità socio-economica con forme di investimento sociale e di accumulazione favorevole ai lavoratori”.

Riassunto.

L’euro ha rovinato i cinque paesi detti PIIGS a vantaggio dei paesi del centro Europa, Germania in testa. Questo perché c’era una sola possibilità di “salvare il modello export tedesco” ed era quella di “distruggere le possibilità di sviluppo autonome dei paesi europei dell’area mediterranea”. I paesi danneggiati possonodifendere e potenziare il loro sviluppo (capitalistico) autonomo per una sola via: uscire dall’euro insieme, in modo concertato, e porsi come nuovo polo capitalistico di attrazione nei confronti dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo (da padroni, o no? Risulta forse che Italia e Tunisia abbiano strutture produttive “più o meno simili”?). Potranno così dar vita a un nuovo “spazio produttivo e sociale”, nel quale anche i lavoratori potranno trovarsi meglio di oggi nella “alternativa”- leggi: competizione – con i lavoratori dei paesi rimasti nell’euro (e con tutti gli altri). Le formule confuse, pasticciate, allusive, sfuggenti, nebbiose, oscure di cui sono composti i testi della Rete non riescono a nascondere che si tratta di un progetto anch’esso, al fondo,nazionalista, solo nella forma di un nazionalismo d’area, un plurinazionalismo PIIGS. Un plurinazionalismo, un’alleanza tra paesi rimasti capitalisti sia in economia che in politica, nel cui contesto le sorti delle classi lavoratrici sarebbero integralmente subordinate a quelle dei rispettivi paesi, cioé dei rispettivi capitali, finalmente liberi di muoversi fuori dalle regole dell’euro e capaci perciò, secondo la Rete, di competere con più chances di prima sul mercato mondiale. Inutile dire che le “correzioni” in senso sociale, “solidale”, etc. si sprecano, ma se Anguita ed altri sono criticati per la loro fede nel keynesismo, ciò che ci viene proposto, andando al sodo, è niente più che un “capitalismo sociale” di stampo keynesiano con un ruolo propulsivo dello stato. La sbobba è la stessa.

Rispetto al testo di Anguita c’è semmai qualche mistificazione e incongruenza in più. Anguita parla nell’interesse della Spagna e in quello (presunto) dei lavoratori spagnoli, dando per acquisito che non ci sono interessi comuni con gli altri paesi PIGS. Qui, invece, si ipotizza un’alleanza “solidale” tra “paesi con strutture produttive più o meno simili”. Ma non ci vuole la lente d’ingrandimento per vedere che non c’è affatto somiglianza, tanto meno parità di forze, tra l’Italia, che ha la seconda struttura manifatturiera del continente, e la Grecia che è quasi priva di industrie di rilievo, tra la Spagna e il Portogallo, così diseguali tra loro già come peso demografico (47 milioni contro 10,5), per non parlare poi dei rispettivi sistemi bancari. Non è evidente che un’alleanza tra i PIIGS, se mai dovesse darsi, riproporrebbe al proprio interno quelle disuguaglianze territoriali che si rinvengono nell’Unione europea a 27? che in essa l’Italia e la Spagna avrebbero necessariamente il ruolo-guida che nell’Europa a 27 si contesta a Germania e Francia? Anguita non parla neppure per accenni dei paesi latino-americani e africani che soffrono sotto il tallone delle banche e delle imprese spagnole, né dei lavoratori “mediterranei” del Sud immigrati in Spagna, dando per scontato – e così è – che la prospettiva della “uscita dall’euro” non è fatta per loro, e non avrà conseguenze positive su loro. La Rete invece ipotizza che i paesi arabi del Mediterraneo potranno far parte di questa futura nuova unione con loro vantaggio. Senonché nei suoi testi non si trova nessuna seria indicazione su come paesi a tutt’oggi brutalmente dominati (anche) dai PIIGS possano domani diventare, di punto in bianco, “complementari” ad essi in un modo diverso da come lo sono ora, ossia da dominati – ed è un silenzio molto eloquente! Ancora: Anguita e soci, con una certa franchezza, parlano della svalutazione in termini positivi considerandola un’arma competitiva fondamentale, mentre la melassa dei testi retini contiene di tutto e di più salvo questo “piccolo” particolare-chiave. Si dà per scontato, immaginiamo, che “Libera”, tale è il leggiadro nome della nuova moneta, varrà meno dell’euro, e che quindi dopo l’eventuale uscita dall’euro, i salari dei lavoratori dei PIIGS saranno svalutati. Ma, acqua in bocca, ragazzi… Anguita e soci dicono più o meno apertamente che sarà un governo delle sinistre o, forse, di centro-sinistra a dover guidare l’uscita dall’euro; gli strateghi della Rete lo pensano, c’è da credere, ma evitano di dirlo, lasciando agli altri di capire cosa intendano per “nuovo blocco politico istituzionale”, sicché ci vengono sciorinate una strategia e una tattica di cui restano misteriosi tanto l’attore sociale protagonista (la classe sociale) che il regista politico12 . In superficie almeno, perché a grattare un po’ ti ritrovi davanti il togliattiano “blocco dei produttori”, nel quale i lavoratori fanno invariabilmente, come in passato, i donatori di sangue per i “capitalisti nazionali”.

Insomma: si piccano di essere comunisti realisti, ma fanno solo del sotto-riformismo di terz’ordine del tutto in contrasto con qualsiasi “strategia comunista” che non voglia farsi beffe del comunismo. Un sotto-riformismo, per giunta, quanto mai irrealistico. Anche l’enfasi posta, lo vedremo, sul compito di acuire le contraddizioni all’interno dell’Europa è fuorviante e pericolosa. Un movimento proletario in condizioni di estrema debolezza come è quello attuale deve darsi, se vuole giocare il suo campionato e non quello del nemico di classe, priorità di tutt’altro tipo. Altrimenti, come in tutte le strategie e le tattiche del genere, è condannato in partenza a fare il portatore d’acqua per questo o quel blocco capitalistico, e nel caso specifico imperialistico.

 

La versione di Marine Le Pen e di Salvini

Per uscire da queste nebbie e sentire dichiarate le schiette ragioni capitalistiche ed imperialistiche di una volontaria uscita dall’euro, bisogna andare sul sito del Front national, e leggere il Dossier “Tout ce qu’il faut savoir sur la fin de l’euro”. Dopo aver risposto ad alcune delle obiezioni più correnti e allarmistiche sull’uscita dall’euro, il documento va al punto, il che significa, trattandosi di monete, la parità tra le monete, e quindi la svalutazione del rinato franco francese. Sarà limitata rispetto al dollaro, prevede; sarà invece sostanziosa nei confronti del marco, che dovrà a sua volta apprezzarsi nei confronti dell’attuale euro. Questo farà sì che il franco possa svalutarsi di quel 20% che serve per “ristabilire la nostra competitività [la competitività delle aziende francesi] in termini di prezzi”. E una svalutazione di simili proporzioni sarebbe certamente “vantaggiosa”.

Le imprese francesi, lamentano i lepenisti, hanno margini di profitto inferiori a quelli delle imprese tedesche e statunitensi. L’impossibilità di svalutare la moneta per recuperare gli aumenti salariali e la sopravvalutazione dell’euro hanno costretto le imprese francesi a ridurre i loro margini al 6% del fatturato, e di conseguenza a ridurre gli investimenti produttivi e il rinnovamento degli impianti. Svalutare, per contro, farà bene alle imprese esportatrici e, indirettamente, anche alle tante imprese che producono per loro in sub-appalto. Si creerà così un “circolo virtuoso” di cui beneficeranno i salariati dei settori esportatori, che sono i settori dai salari più elevati. A cascata, la base industriale della Francia si rafforzerà, anche per effetto del ritorno degli investitori stranieri che potranno godere del beneficio di una moneta svalutata (leggi: di salari svalutati). Ci sarà una ricaduta positiva sullo stesso debito pubblico perché la Banca di Francia sarà di nuovo libera di acquistare i titoli del debito sui mercati finanziari. Non ci sarebbe pericolo, invece, di una fiammata inflazionistica dei prezzi e dei salari pari o vicina al livello di svalutazione del franco agognato dalla Le Pen (il 20%, come detto).

Dissoluzione negoziata dell’euro o sua deflagrazione conflittuale? Il Front national preferirebbe la prima ipotesi, meno fitta di incognite e pericoli, mentre argomenta così sulla seconda (forse anche per fare pressione a favore della prima) ponendosi come nazione-capofila dei paesi anti-euro: “La Francia e l’Italia hanno un comune interesse ad uscire dall’euro ed essendo preponderanti i loro pesi rispettivi, se uno dei due paesi decidesse di uscire dall’euro, la Germania sarebbe costretta a trattare la questione attraverso negoziati. Se la Francia uscisse, l’Italia non potrebbe permettersi di restare nell’eurozona, lasciando la Francia svalutare. Sarebbe costretta ad uscirne e di lì a poco lo sarebbero anche Spagna e Portogallo… Infine la stessa Germania non avrebbe più interesse a restare nell’euro perché il suo tasso di cambio con il dollaro diventerebbe troppo alto.

”Per le imprese francesi l’uscita dall’euro, negoziata o meno, si impone perché i costi della permanenza nell’euro sarebbero crescenti. Lo sarebbero anche per la nazione nell’insieme dal momento che la contrazione delle esportazioni provocherebbe un crescente deficit commerciale. La Francia, denuncia il Fronte, ha già perduto parecchio spazio sul mercato mondiale dagli anni ’90: aveva il 7% del commercio mondiale e si è ridotta al 4%. A tutto e solo vantaggio dell’export tedesco che, però, notiamo noi, nello stesso periodo, guarda caso, è sceso anch’esso dal 12% delle esportazioni totali mondiali (nel 1990) all’8% (nel 2010)… L’uscita dall’euro avrebbe effetti taumaturgici: fine delle delocalizzazioni, aumento dell’occupazione e dei salari, salvaguardia del “modello francese di stato sociale”.

Notevoli gli affondi demagogici di Marine Le Pen sulle banche, sul “capitalismo internazionale”, e sugli esponenti della sinistra francese che “come volgari affaristi di destra, si sono sottomessi ai mercati finanziari, all’Europa ultraliberale, alla concorrenza selvaggia” difendendo a spada tratta le banche e “la moneta delle banche, l’euro”. Temi che ci pare di avere già sentito esporre da sinistra, magari con minore aggressività, e che fanno parlare di un “nazionalismo sociale” o di una “svolta a sinistra” del Front national. Né meno accesa è la rivendicazione di democrazia e sovranità contro i “poteri forti europei”: “L’Europa è solo un bluff. Da un lato vi è l’enorme potere di popoli sovrani, dall’altro un pugno di tecnocrati”. I “popoli sovrani” (!) si riprenderanno in un modo o nell’altro la loro “sovranità”, a cominciare dalla Francia che non può certo accettare di “dipendere da Bruxelles” o da Berlino13 .

Del resto, questa dell’uscita dall’euro come alternativa alla crisi delle singole economie nazionali, al peggioramento della condizione dei salariati e alla distruzione del welfare state è una tematica delle destre “sociali” europee vecchie e nuove in Italia, in Austria (il Fpoe), in Olanda (il Pvv), in Belgio (il Vlaams Belang), in Grecia, etc. In Italia c’è la nobile sfida tra i Cinquestelle grillini e la Lega di Salvini, in nome della “sovranità” dell’Italia nel primo caso, della Padania nel secondo. La merda nazionalista (o sub-nazionalista) anti-operaia è la stessa. Forse la vende meglio l’impunito Salvini, che ha opportunamente dimenticato l’entusiasmo con cui l’asse Berlusconi-Bossi accolse l’ingresso dell’Italia di Prodi-Ciampi tra i paesi fondatori dell’euro. E che si spinge addirittura a prefigurare una battaglia condotta oltre la ridotta padana:

“La battaglia contro l’euro va combattuta dalle Alpi a Lampedusa, la lotta contro l’euro che massacra l’economia e contro l’immigrazione clandestina ci porterà a Roma, a Taranto, a Catania, a Napoli e a Cagliari. Proviamo a liberare le energie che ci sono in tutto il Paese. È una battaglia di giustizia, di salvezza e di futuro, non solo del Nord ma di tutta l’Europa. C’è da ridiscutere un’Europa folle e preparare l’uscita dall’euro che è morto, finito. È una moneta nata male e finita peggio. Stiamo preparando un’uscita di sicurezza, una scialuppa di salvataggio per gli imprenditori, gli artigiani e i pensionati rovinati e massacrati dall’euro“.

Un’uscita all’insegna del grido “patrioti di tutta Europa unitevi!”14 .

Ancora una volta è la destra a trainare la sinistra sul proprio terreno prospettando la sostituzione di unaguerra economico-sociale e politica anti-proletaria – la guerra dell’euro e dei capitali europei contro il dollaro, lo yen, etc. e i rispettivi capitali, per conquistare nuovi spazi sul mercato mondiale – con un’altra guerra economico-sociale e politica altrettanto anti-proletaria: la guerra delle singole ricostituite monete nazionali e dei rispettivi capitalismi contro il marco, il dollaro, lo yen, etc., nonché tra di loro, dal momento che né La Pen né Salvini o Grillo possono promettere che franco francese e lira saranno domani monete sorelle e “solidali”. Lasciano volentieri queste ipotesi pagliaccesche agli strateghi à la Vasapollo…

Dalle Le Pen e dai Salvini viene anche la schietta affermazione: la battaglia anti-euro la facciamo per accrescere la competività delle nostre imprese, ed in particolare – questo, la Lega e Grillo – delle nostrepiccole imprese, degli artigiani, etc. Dal momento che i grandi capitalisti e i grandi banchieri di tutti i PIIGS e di Francia sono, invece, per la conservazione e il rafforzamento dell’euro. Ecco la magnifica alternativa che si prospetta ai lavoratori, ai salariati, ai precari, ai proletari pensionati se non riconquisteranno come classe la propria autonomia: o battersi per salvare l’euro alla coda dei grandi capitalisti, o battersi contro l’euro, per affondarlo, alla coda dei piccoli accumulatori. In entrambi i casi facendosi harakiri.

 

Cos’è l’euro, e le sue contraddizioni

Respingiamo seccamente questa alternativa suicida, benché comprendiamo che se quindici anni fa tra i lavoratori era diffusa la speranza nell’euro, oggi è largamente diffusa invece la delusione, se non la rabbia, verso l’euro. A qualche “furbone” dialettizzarsi con questo sentimento sembra una via utile per uscire dal terribile isolamento che oggi sperimentiamo come piccoli collettivi di comunisti. Per noi “furbizie” di questa sorta sono solo escamotage di bassa Lega, degne non di comunisti, ma dei truffaldini epigoni del fu-senatur. Per essere di aiuto, e non di ostacolo, a che i lavoratori si rimettano in piedi sulle proprie gambe, per orientare strati di lavoratori più ampi di quelli minuscoli che raggiungiamo ora, verso la riconquista della coscienza e dell’organizzazione di classe, serve tutt’altro.

Certo, è banale, serve anche chiarezza sull’euro. A riguardo si può confermare ciò che fu scritto a suo tempo su “Che fare”, n. 46 (maggio-giugno 1998): “La decisione franco-germanica di marciare verso un’unica moneta europea ha una triplice valenza: anti-americana, anti-proletaria ed anti-terzomondiale”. La nascita dell’euro è stata, infatti, per molti versi una decisione obbligata per le maggiori borghesie europee, eccettuata la britannica legata a triplo filo da subalterna a quella yankee, per porsi all’altezza delle nuove sfide del capitalismo globalizzato. La nuova moneta, però, non era che il segno monetario di un processo più vasto e profondo a livello commerciale, industriale, istituzionale, culturale e anche “popolare”, iniziato tra forti contraddizioni mezzo secolo prima, ed avente per oggetto e scopo la costruzione di un nuovo polo imperialista autonomo e, in prospettiva, concorrenziale da un lato con gli Stati Uniti, e dall’altro con i “giovani capitalismi” in ascesa.

Questa moneta nasceva debole per non avere dietro di sé un singolo stato, bensì un’area composta da molteplici stati e solcata da molteplici nazionalismi e sub-nazionalismi. Nasceva inoltre senza “un’integrazione fiscale che includesse un bilancio europeo sufficientemente largo da consentire una politica fiscale comune”, dal momento che il bilancio della UE è fissato ad un 1-2% del pil europeo, invece che al 20% circa come il bilancio federale degli Stati Uniti, ed è sempre bilanciato ex-post15 . Nasceva, poi, con una Banca centrale europea “dimezzata”, indipendente dai governi (e dalla stessa Commissione europea) come la Federal Reserve, che tuttavia all’atto della sua costituzione non aveva il potere di acquistare titoli di stato, di supervisionare il sistema bancario, di ri-capitalizzare le banche in caso di insolvenza, di assicurare i depositi. Un fattore primario di debolezza è stato ed è, infine, la dichiarata, ferrea ostilità ad ogni possibile consolidamento dell’euro da parte degli Stati Uniti, che hanno come franchi tiratori al loro servizio diversi governi interni all’Unione.

Nonostante tali fattori genetici di debolezza, nei suoi primi quindici anni di vita l’euro si è, tra mille contraddizioni e peripezie, rafforzato. Non solo perché è diventato una moneta di largo uso nel commercio mondiale anche tra paesi esterni all’Unione europea16 , nei prestiti internazionali, nei mercati valutari, perché è ampiamente utilizzato come moneta di riserva, in particolare nei paesi del Sud del mondo, piazzandosi in tutti questi ambiti secondo dietro il dollaro, a cui ha indubbiamente eroso spazi e forza. Ma anche perché la creazione dell’euro ha avviato la de-dollarizzazione della economia mondiale e dello stesso sistema finanziario internazionale, che è nell’interesse dei padroni dell’euro.

Ai faticosi progressi dell’euro è corrisposta la formazione di una burocrazia capitalista-imperialista di vertice “direttamente” europea, che nell’ultimo ventennio ha fatto decisi passi in avanti, mentre in un processo lento, tortuoso, sempre esposto a conflitti, ricatti e rinculi, è diventato prassi quotidiana il tentativo, lo sforzo di coordinare le politiche europee in campo industriale, finanziario, diplomatico, perfino militare. La stessa Banca centrale europea, che è “una banca che detiene il monopolio dell’emissione senza essere banca centrale, pur godendone lo status”17 , e quindi resta tutt’oggi una anomala banca-centrale-non-banca-centrale, ha però progressivamente allargato le sue competenze ed i propri poteri, anche in campo direttamente politico – fu la Bce a licenziare nel 2011 Berlusconi e Papandreu. E non pare volersi fermare. Del resto, insieme alla Commissione, ha già apprestato con il Fiscal Compact una gabbia d’acciaio entro cui comprimere per vent’anni (se tutto andrà come previsto…) la spesa statale e i salari diretti e indiretti, bloccare l’inflazione, svuotare i contratti nazionali di lavoro e l’azione dei sindacati di ogni contenuto. È questa la “regola di piombo” che la Bce di Draghi ha stretto al collo dei lavoratori e dei precari per consentire ai capitali europei di essere competitivi nel mercato globale, ed è una regola che funziona molto bene per il capitale europeo se è vero che la bilancia dei pagamenti dell’eurozona vanta un crescente attivo: +12,1 miliardi di euro nel 2011, +133,1 nel 2012, +227 nel 2013, +391 previsti a fine 2014. Funziona, si capisce, a patto di intensificare la concorrenza e le tensioni, anche belliche, sui mercati mondiali e far crescere a dismisura lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione e la povertà in Europa. E a patto di ristrutturare le differenti economie “nazionali” come ingranaggi di una totalità, facendo inevitabilmente crescere le tensioni tra i diversi paesi e dentro i singoli paesi, tanto più quanto più l’Unione europea sta allargandosi verso Est, accrescendo numero e varietà dei suoi membri.

Stanno procedendo in avanti in modo dialettico, antitetico, sia la tendenza alla centralizzazione (e all’internazionalizzazione)18 del capitale europeo intorno all’unico polo che può fungere da magnete, il capitale tedesco, sia l’opposta tendenza centrifuga dei capitali, specie dei piccoli capitali, più penalizzati. E in un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti, alle prese con i saliscendi continui della propria economia, premono sempre più furiosamente sull’Unione europea, dal di fuori e dal di dentro, e nel quale alcuni dei Brics battono la fiacca; nel contesto, quindi, di una grande crisi generale del capitalismo tutt’altro che risolta, rimane possibile quella deflagrazione dell’euro e dell’Unione europea che è stata sfiorata nel 2011, senza alcun bisogno che intelligentissimi strateghi “comunisti” stiano lì a programmarla nei loro laboratori di astutissime tattiche…

 

E i lavoratori?

I lavoratori di tutti i paesi europei, in misura molto differenziata e al tempo stesso comune, stanno soffrendo dentro l’euro e dentro l’Unione per le politiche anti-proletarie delle istituzioni europee, della Bce e del Fmi (la giustamente stramaledetta Trojka). E soffrirebbero altrettanto nel caso in cui avessero successo le prospettive di uscita volontaria dall’euro di Anguita&C., della Rete euro-afro-mediterranea, della Le Pen o di Salvini/Grillo.

L’alternativa tra “morire per l’euro” o “tutto pur di sfasciare l’euro” è un’alternativa tra due soluzioni entrambe capitalistiche, entrambe fondate sullo schiacciamento dei/delle proletari/e di tutti i paesi europei, e a maggior ragione di quelli dei paesi extra-europei dominati dai capitali europei. Noi la rifiutiamo. E contrapponiamo ad essa la prospettiva della lotta comune tra i lavoratori del Sud, dell’Est e del Nord dell’Europa alle politiche anti-proletarie di Bruxelles, della Bce, del Fmi e dei governi europei.

Ci sono fondamentali obiettivi comuni da propagandare e perseguire dovunque con la lotta. Contro le politiche della Trojka. Contro il debito di stato, per il suo annullamento. Contro la ‘regola di piombo’ di Draghi. Contro il taglio dei salari, diretti e indiretti, la disoccupazione, la precarietà, l’allungamento degli orari di lavoro, l’intensificazione del lavoro, la distruzione dei contratti nazionali di lavoro e della organizzazione operaia nei luogi di lavoro. Contro il Fiscal Compact. Contro il risorgente militarismo europeo e la Nato. Contro lo sfruttamento differenziale, le bestiali discriminazioni, il razzismo di stato e fascistoide nei confronti dei lavoratori immigrati. E potete aggiungere senza sforzo, naturalmente, tutti i corrispettivi “per”…

Non ci sfugge che esiste nell’Unione europea, e va accentuandosi, una polarizzazione territoriale tra capitali che si ripercuote anche sulle condizioni di esistenza e di lavoro dei salariati e sugli indici di disoccupazione e di povertà. Non ci sfugge che i colpi subìti dai proletari dell’Est Europa sono più violenti di quelli subìti dai proletari dei PIIGS; né che all’interno stesso dei PIIGS i colpi subìti dai proletari e dai giovani greci sono più violenti di quelli abbattutisi sui proletari e i giovani italiani. Vediamo bene che i colpi subìti dai proletari dei PIIGS sono più violenti di quelli subìti dai proletari tedeschi o olandesi. Ma quando leggiamo che i “lavoratori dei paesi centrali più forti del Nord Europa (…) per ora sembrano fuori dalla crisi sociale che attanaglia il resto del continente”19 , ci chiediamo se si tratti solo di (colpevolissima) disinformazione, e/o anche di quel velenoso spirito anti-tedesco diffuso nella sinistra, anche “radicale”, che serve esclusivamente a rafforzare le distanze, l’estraneità e la contrapposizione tra i proletari e le proletarie del Nord e del Sud dell’Europa. Né più né meno di quella propaganda sciovinista tipica dei mass media e dei governanti del Nord Europa secondo cui nel Sud dell’Europa non si farebbe altro che prendere il sole mangiando a sbafo dello stato e dell’Europa-che-lavora.

C’è una stratificazione materiale storica dentro il proletariato europeo che ha prodotto stratificazioni ideologiche e psicologiche profonde. Ma proprio perché questo problema è reale, ci vuole a nostro avviso il massimo dell’impegno nel tessere i fili unitari dentro il nostro campo di classe, rifuggendo da tutte le “facili” soluzioni che, invece, approfondiscono delle distanze già di per sé, allo stato attuale, ampie e molto pericolose. Sappiamo che è estremamente arduo far sentire ai proletari di casa nostra, ad esempio, le lotte in Grecia, in Spagna, in Slovenia, in Francia, in Bulgaria come lotte integralmente nostre, ma questo ci tocca fare se crediamo, e noi lo crediamo, che non c’è soluzione possibile a questa crisi all’interno del capitalismo globalizzato che non sia l’accentuazione della concorrenza e la guerra fratricida tra proletari.

In assenza – e così è, al momento – di significativi movimenti di lotta nel centro-nord d’Europa, è comprensibile la tentazione che ha preso, ad esempio, i compagni di Antarsya in Grecia, di mettere assieme un obiettivo di lotta sacrosanto da un punto di vista di classe come la cancellazione del debito di stato con la proposta di “uscire dall’Unione europea e dall’euro, e tornare alla dracma svalutandola del 50%“. In una situazione di terribile isolamento, è comprensibile che si cerchino delle soluzioni “particolari”, “greche”, ma resta egualmente sbagliato. Immaginare che i lavoratori e i giovani greci possano venir fuori dagli attuali tormenti imbarcandosi (con salari tagliati del 50 o poco meno percento) dentro una scialuppetta-dracma in oceani in tempesta come quelli d’oggi, e ancor più di domani, è del tutto illusorio. Il nostro compito non è quello di far esplodere l’euro in mille pezzi per metterci al riparo dalle “nostre” vecchie monete che il tempo ha affondato; è quello di lavorare a ricomporre i “mille pezzi” in cui è scomposto oggi il nostro campo, il nostro fronte. E il maggior contributo all’intero movimento di classe in Europa (e fuori) è venuto dalle lotte in Grecia quando hanno saputo sollevare problemi comuni e indicare nemici comuni con l’assedio al proprio parlamento, con la lotta ai propri governi, con la denuncia di massa dei crimini della Trojka e del sistema bancario internazionale, con il rifiuto del Fiscal Compact, con la forte rivendicazione dell’annullamento del debito e l’avvio di un processo di audit di massa, con le risposte militanti al risorgente neo-fascismo e la solidarietà ai lavoratori immigrati aggrediti…

Se in Grecia o in un altro paese il movimento proletario e popolare diventerà così forte da imporre al “proprio” governo nazionale misure di politica economica e sociale ritenute incompatibili dai poteri forti che dettano legge in Europa perché antagoniste agli interessi del capitale; e tanto più se in Grecia o altrove la classe lavoratrice acquisterà tanta forza e autonomia politica da prendere il potere per sé, annullare i diktat europei, decidere misure di emergenza a tutela dei salariati, adottare misure coercitive contro le forze del capitale interne, possiamo dare pressoché per certo che tra le misure di ritorsione di Bruxelles e della Bce ci sarebbe la minaccia o la decisione di espulsione dall’euro e dall’Unione, nel tentativo di circoscrivere e stroncare l’effetto-contagio della ribellione proletaria e popolare. Ma una simile cacciata dall’euro avverrebbe in un contesto di scontro di classe infuocato in cui una tale decisione degli odiati super-poteri europei potrebbe diventare, per il suo evidente segno di classe, un boomerang che si ritorce contro chi l’ha lanciato. E la resistenzaalle sue conseguenze, in Grecia o altrove, unita ad un appello alla solidarietà dei lavoratori degli altri paesi, assumerebbe una valenza internazionalista. Rispetto all’uscita volontariadall’euro degli Anguita di tutta Europa sostanziata di interessi nazionali, sarebbe davvero un’altra storia…


Note

1 Il titolo completo del testo originale è: “Manifiesto por la recuperación de la soberanía económica, monetaria y ciudadania. Salir del euro”. La traduzione in lingua italiana è di R. Coppolino, e si trova su controlacrisi.org

2 In realtà il deprezzamento della lira sul marco tedesco arrivò fino al 66%

3 Cfr. R. Bellofiore-F. Garibaldo, Euro al capolinea?, “Inchiesta”, gennaio-marzo 2014, p. 29.

4 Ibidem. La scala mobile fu eliminata definitivamente il 31 luglio 1992 con l’accordo tra il governo di G. Amato e i tre maggiori sindacati, inclusa la Cgil di Trentin. Più che legittimo, invece, che un piccolo imprenditore ricordi quella maxi-svalutazione con entusiasmo come la fonte degli “ultimi anni del miracolo economico italiano” (Un tuffo nella storia: la svalutazione della lira del 1992, postato su “Finanza.com” il 30 settembre 2011). Quanto duraturo fosse tale “miracolo” s’è visto, ma anche i tassi di sviluppo degli anni susseguenti non sono stati certo da sballo: -0,9% nel 1993, 2,2% nel 1994, 2,9% nel 1995, 1,1% nel 1996, 1,9% nel 1997, 1,4% nel 1998.

5 Cfr. E. Brancaccio-N. Garbellini, Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari, sul sito di Sollevazione.

6 Cfr. L. Bini Smaghi, 33 false verità sull’Europa, Il Mulino, 2014, pp. 39-40 (corsivi nostri).

7 In Italia lo scritto più organico in materia, variamente ripreso a sinistra, è quello di A. Bagnai, Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur, 2012. La cosa che più fa sorridere di questo scritto, e più radicalmente lo inficia sul piano scientifico, è che, ad inizio ventunesimo secolo, considera l’economia italiana come staccata/staccabile, o quasi, dall’economia globale.

8 Quel “naturale” è strepitoso; anche l’aggettivo “storica” non è male perché non c’è bisogno di essere maliziosi per ricordare che la storia delle svalutazioni della peseta ha inizio con il franchismo di Franco nei primi anni ’40.

9 Cfr. L. Vasapollo – R. Martufi – J. Arriola, Uscire dall’euro è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Gli altri testi a cui ci riferiremo sono: l’intervista di D. Angelilli a L. Vasapollo per la rivista “Nuestra America-Italia” del gennaio 2013 e la relazione di M. Casadio, Uscire dall’Unione europea tenuta al Forum internazionale di Roma del 30 novembre-1 dicembre 2013.

10 Favoloso quel tendenzialmente: ma non l’avevate appena definita un “polo imperialista”?

11 Gli eredi di un esponente del vecchio Psiup (una costola del vecchissimo Psi), L. Libertini, potrebbero richiedere i diritti d’autore. Nel suo libro Integrazione capitalistica e sottosviluppo, Laterza, 1970, si legge infatti quanto segue: “Non ci vuole molto a capire che l’economia meridionale non ha serie prospettive sino a che rimane l’appendice passiva di un sistema che gravita verso le grandi pianure dell’Europa continentale, e volta le spalle ai paesi che le sono vicini. L’Italia meridionale si protende attraverso il Mediterraneo in direzione dell’Africa; fronteggia un continente immenso, dotato di grandi ricchezze naturali largamente inesplorate, e nel quale si sviluppano oggi Stati indipendenti che affrontano i problemi della propria crescita economica; e nel Mediterraneo si bagnano paesi arabi, alcuni dei quali distanti una notte di navigazione dalla Sicilia, percorsi da forti correnti di rinnovamento politico e sociale, alle soglie di un salto economico decisivo. Mancare di cogliere [cioè: arraffare – n.] questa occasione storica è un non senso per l’Italia, è addirittura una follìa per il Mezzogiorno”. Vecchie pulsioni scioviniste… di sinistra.

12 Anche sul piano analitico la posizione di Anguita risulta, alla fine, più coerente. Lì tutto viene attribuito alla finanza, la faccia cattica del capitalismo. Ah, come vi sbagliate a non capire che c’è di mezzo la tendenza alla caduta del saggio di profitto, bacchettano i redattori della Rete. Ma, gira che ti rigira, dove vanno a finire? Anche loro a mettere sul banco dei cattivi pressoché solo le banche, e a credere che la chiave risolutiva di tutto il caos in cui siamo piombati sia una nuova area monetaria. Che ci sia sotto la vecchia idea di una allenza con il “capitale produttivo”? Almeno Anguita lo dà per scontato. Viva la faccia (di corno)!

13 Dichiarazioni di M. Le Pen riportate nel testo di A. Evans-Pritchard, È tempo di scommettere sull’uscita della Francia dall’Unione europea e dall’euro?, blogs.telegraph.co.uk Da ricordare, pure, che M. Le Pen “critica severamente Washington e la Nato, rivendicando per la Francia una politica di paese “non schierato” in un mondo multipolare, e rinfaccia al partito gollista UMP di avere venduto l’anima della Francia all’Europa e all’egemonia anglo-americana: ‘De Gaulle aveva tratti di sinistra e tratti di destra, noi siamo per entrambi'”.

14 Cfr. Salvini: ‘Avanti contro l’euro con Marine Le Pen’, “Il giornale”, 18 marzo 2014.

15 Cfr. D.M. Nuti, Euro, una moneta prematura e divergente, http://www.sbilanciamoci.info

16 In realtà, come valuta usata nel commercio internazionale, l’euro supera il dollaro, ma la sua performance è gonfiata dagli scambi commerciali tra i paesi dell’Unione.

17 Così P. Giussani, Vizi privati, pubbliche virtù, settembre 2011, che però non convince quando descrive l’euro come una pura “moneta speculativa”.

18 Le multinazionali europee realizzano in media al di fuori del proprio paese di origine il 78% delle vendite, contro il 53% di quelle giapponesi e il 52% di quelle nord-americane (il dato europeo scende però al 47% se si considerano solo le vendite al di fuori dell’Unione europea). Le multinazionali europee hanno mediamente all’estero il 66% dei propri dipendenti – tra quelle di origine italiana le più internazionalizzate sono Pirelli e Luxottica (85%), Parmalat (84%), Italcementi (83%), Prysmian (82%), Barilla (68%). Le multinazionali europee hanno inoltre dislocato nei “paesi emergenti” quasi il 23% del totale delle proprie consociate, più degli Stati Uniti (al 17,8%) e del Giappone (al 17,9%). Quelle italiane sono al 20%: cfr. “Il Sole 24 ore”, 5 luglio 2011.

19 È scritto testualmente questo nel documento della Rete dei comunisti intitolato “Fuori dall’Unione Europea. Una proposta politica per il cambiamento – Forum euromediterraneo, Roma 30 novembre/1 dicembre 2013.

redazione del cuneo rosso

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