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All’Anpi la riforma non piace. E resiste

di Massimo Villone – Adesso sappiamo che se vince il no nel referendum costituzionale se ne va anche la Boschi. Il piatto diventa davvero interessante: due al prezzo di uno. Monta la preoccupazione a Palazzo Chigi. Si alzano i toni, si aggredisce chi non si allinea, si lancia la coscrizione obbligatoria di sostenitori non si sa quanto convinti. Da ultimo, 70 senatori scrivono all’Anpi una lettera aperta, affiancandosi alla frase della Boschi sui «veri partigiani» che votano sì. Non accade certo per caso: è una strategia di provocazione verso un’associazione che è ad un tempo un pezzo di storia del paese e un’icona della sinistra, e non prende ordini da nessuno. Non sapevamo che ectoplasmi senatoriali fossero in grado di parlare. In realtà i senatori firmatari sono la prova che almeno per una parte Renzi ha avuto ragione.
Se una rottamazione riesce, allora andava fatta, perché era meglio comunque liberarsi del fradicio su cui si è abbattuta. E i 70 senatori ne sono la prova. Come possono parlare all’Anpi di una democrazia piena ed efficace, quando hanno approvato una riforma costituzionale e una legge elettorale che la ridurrebbero a un teatrino di comparse pronte all’omaggio servile? Siamo lieti che i senatori protagonisti dello scempio siano rottamati e ancor più per il futuro rottamandi. D’altronde, su quale seguito e consenso popolare potrebbero più contare?
Ma proprio per questo siamo contrari al senato di Renzi, che lo vuole riempito di personaggi non migliori, ed anzi peggiori. Gli è sfuggito, nella foga del discorso a Bergamo, un richiamo alle mutande verdi comprate con i soldi pubblici. Peccato non abbia colto l’ironia: secondo la sua riforma proprio gli acquirenti delle mutande – come tutti ricordano, consiglieri regionali – sarebbero domani elevati alla dignità del seggio senatoriale. E avrebbero la copertura delle prerogative parlamentari anche per l’acquisto delle anzidette mutande.
La politica alla Renzi la conosciamo ancora prima del voto sulla riforma. È la junk politics – la politica spazzatura – tipica degli Stati uniti. La vediamo proprio in questi mesi di primarie per la presidenza. E l’atteggiamento e il linguaggio di Renzi e dei suoi sostenitori sono un buon esempio di “trumpismo” all’italiana. La stessa propensione all’invettiva, all’insulto, alla derisione quando non alla denigrazione dell’avversario. La stessa avversione per il ragionamento e il pensiero intelligente.
L’Anpi è giunta a definire l’atteggiamento sulla riforma e sui referendum attraverso un dibattito lungo e complesso. Un dibattito che è vissuto anche in una stagione congressuale. Le ragioni dei favorevoli e dei contrari hanno avuto modo di svolgersi in un confronto pienamente democratico, e la maggioranza favorevole a difendere la Costituzione è stata ampia. È confluita in essa la consapevolezza che un momento storico decisivo per l’Italia si è trasfuso nella Costituzione, che ha definito e definisce ancora oggi l’identità del paese, nei suoi elementi essenziali di paese moderno e democratico. La sgangherata legge Renzi-Boschi, unitamente all’altrettanto sgangherato Italicum, attacca quella identità. Ed è del tutto ovvio e naturale che una associazione come l’Anpi, per quel che è e quel che rappresenta, si schieri a difesa. L’Anpi, non i pochi pezzi di essa renziani a prescindere.
La frase della Boschi segnala la rabbia per la disobbedienza di chi si vorrebbe subordinato e servo. Noi siamo per l’Anpi che decide di resistere, come siamo per i magistrati che vogliono prendere posizione in difesa della Costituzione. E ancora siamo per i professori autorevoli che decidono di parlare contro le cattive riforme, senza farsi intimorire da quelli che si arruolano nelle truppe del premier nella qualità di giovani di belle speranze. A questi facciamo comunque i migliori auguri di successo per una brillante carriera. Ci permettiamo solo un consiglio: studino la vasta letteratura sulla intrinseca fragilità del potere personale, per dato genetico destinato a durare poco. Gli ultimi che pensavano di durare mille anni sono finiti male.
Renzi deve farsene una ragione. C’è un pezzo di Italia che la sua Costituzione proprio non la vuole. La legge Renzi-Boschi è il peggior prodotto che decenni di dibattiti abbiano mai visto, per il banale motivo che il manico non era buono. Si poteva fare meglio? Certamente, cambiando in profondità ma senza scivolare in una deriva di potere personale e cerchi magici. Gli atti parlamentari sono pieni di proposte. Si poteva con soluzioni efficaci e condivise risparmiare di più e mantenere il senato elettivo, superare il bicameralismo paritario, rafforzare l’istituzione parlamento, ampliare la partecipazione democratica, consolidare il sistema di checks and balances, riequilibrare il rapporto Stato-Regioni. Bastava leggere, ascoltare, riflettere.
Invece l’arroganza di Renzi ora ricatta e spacca il paese. E che gli varrebbe vincere il referendum per una manciata di voti? Ne uscirebbe comunque indebolito lui, e ancor più la sua costituzione. Per questo è nell’interesse del paese che perda. E se volesse rimanere in carica dopo la sconfitta del sì, non avremmo nulla in contrario. Gradiremmo solo che decidesse, da qui a ottobre, se vuole fare lo statista, o il faccendiere di Palazzo Chigi.
Fonte: il manifesto
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